SIAMO NATI PER VIVERE COME BRUTI
Juan Rodolfo Wilcock, da Il reato di scrivere (Adelphi, 2010)
I promotori di un’inchiesta mi hanno domandato:
«Che cosa significa per lei oggi Dante?».
Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura
europea, per me è come se mi domandassero:
«Che cosa significa per lei, oggi, la poesia?». Ciò
non mi provoca il fastidio che mi provocavano
certe inchieste, da critici-portinai, come per
esempio. «1. Che pensa lei del romanzo sovietico
contemporaneo? 2. Che pensa lei del nouveau
roman?». E così via. Perché il romanzo sovietico
contemporaneo e il nouveau roman mi riguardano
quanto la temperatura minima dell’altro ieri a
Manila; invece la domanda su Dante, cioè sulla
poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge.
Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone
che scrivono o hanno scritto poesie, che si
occupano o si sono occupate di poesia. Non è una
domanda locale, italiana: è una domanda intorno
a una grande cosa finita, compiuta, senza seguito:
la poesia in Europa, nelle due Americhe e in tutte
quelle parti del mondo che si servono delle lingue
europee. Non si tratta di Leopardi o di Torquato
Tasso, si tratta del miglior poeta che ebbero le
nostre lingue. Ossia il più grosso produttore di un
prodotto che non si produce più. La domanda
interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo
fa quasi tutti noi partecipavamo, sia pure come
consumatori, a questa produzione, o al suo simulacro,
e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri
occhi. Scomparire come mestiere per diventare
vizio. […] Il mestiere consisteva nello scrivere
«Dolce color d’oriental zaffiro» e consegnare al
linguaggio quest’alba nuova e memorabile; il vizio
sta nello scrivere di nuovo «Dolce color d’oriental
zaffiro» e infilarcelo nel taschino, o legarlo alla
coda del gatto; perché, dove altro possiamo metterlo?
Dante si serviva della poesia per attestare la
sua convinzione, gloriosa ma scaduta, che non
siamo nati per vivere come bruti. Scaduta, dico:
adesso sappiamo, o sospettiamo, di essere nati per
vivere come bruti. […]
Vorrei però che tutto questo fosse un’ipotesi
sbagliata (non si può essere pessimisti e desiderare
inoltre di aver ragione). Ho parlato finora a nome
dei letterati; ho considerato l’insieme enorme di
prodotti poetici di questo ciclo concluso e l’impossibilità,
per loro, di aggiungerci qualcosa: non perché
non lo sappiano fare, bensì per la mancanza sia
di movente che di scopo nel farlo. Credo che «quell’insieme
enorme di prodotti poetici» sta a condizionare
ancora le nostre possibilità di espressione,
ossia di pensiero, e che ciò non sia sempre un bene.
Quante volte non vediamo la realtà attraverso un
verso che, pur esprimendo un pensiero questionabile,
riesce magicamente a presentarsi come pensiero
delicato. I più ovvi, anche se i più rozzi esempi,
sono i proverbi in versi, feccia dell’insipienza, eppure
magicamente accettati: «Moglie e buoi / dei paesi
tuoi», «Tra moglie e marito / non mettere il dito»,
o peggio ancora: «Al contadino non far sapere /
quant’è buono il cacio con le pere».
Sul piano più dignitoso possibile, lo stesso
vale purtroppo per la Divina Commedia. Fin dall’inizio:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»; e
subito tutti a supporre che la vita sia un cammino,
senza alcun motivo. E una volta storta la
mente in quella direzione, e con tanta forza – con
tanta forza, soprattutto – nessuno la raddrizza Un
altro grande poeta scrive che «la vita è sogno»,
dunque bisogna credere che la vita sia un cammino
e un sogno contemporaneamente; è strano che
ciò non comporti per noi alcuna difficoltà.
«Quell’insieme enorme di prodotti poetici» è un
gran dono e un gran pericolo. […]
Il pericolo peggiore (ma perché pericolo?
Semplicemente prospettiva) è questo: che una
miliardaria proliferazione di esseri umani, come
dice Morante: «soprannumerari conciati, televisati
e lustrati per la bomba atomica», estenda il
nominalismo delle ideologie puerili a oggetti
sempre più complessi, fino a mummificarli e convertirli
in puri nomi, semmai connessi a piccoli
riti: «San Marco», un posto dove si entra e dopo
un quarto d’ora si esce; «Golfo di Napoli», golfo
bello da guardare; «Debussy», musica che faceva
la borghesia mentre decadeva; «Cechov», attività
dei teatri sovvenzionati; «Shakespeare», varietà
di dialoghi e vestiti del Seicento con delitti;
«Picasso», disegni storti per appartamenti;
«Tiziano», quadri per musei; «Leonardo», «Michelangelo
» e «Raffaello», navi e geni; «Dante»,
poeta nazionale. E una volta svuotati di ogni
senso, al contrario del Geova ebraico, di loro non
sia permesso dire o sapere altro che il nome.