venerdì 19 febbraio 2010

A MIO FIGLIO di Juan Rodolfo Wilcock

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

giovedì 18 febbraio 2010

"Mi chiedo, c’è o
no qualcosa nella postura che assumiamo quando spingiamo un carrello
che ci rende asessuati? Può essere fatto con signorilità? Sollevo la
questione perché quella sera tutti quegli acquirenti mentre spingevano
il carrello sembravano penitenti e asessuati. C’era gente di tutte le razze,
perché questo è il mio amato paese. Italiani, finlandesi, ebrei, neri,
persone dello Shropshire, cubani, chiunque avesse seguito la voce della
libertà, ed erano tutti vestiti con quell’entusiasmo suntuario che i caricaturisti
europei immortalano con risentito disgusto. Sì, c’erano nonne con
i pantaloncini, donne col sedere grosso in pantaloni di maglia, e gli uomini
sembravano essersi vestiti frettolosamente in un edificio in fiamme. Ma
questo, ripeto, è il mio paese, e secondo me il caricaturista che denigra l’anziana
signora in pantaloncini denigra se stesso. Io sono un nativo e indossavo
stivali in pelle di daino, pantaloni di cotone color cachi così aderenti
che si distinguevano i miei organi sessuali e la camicia di un pigiama di
rayon acetato su cui erano stampate le immagini della Pinta, della Niña e
della Santa Maria a vele spiegate. Era una strana scena, come è strano un
sogno dove guardiamo gli oggetti familiari sotto una luce tutt’altro che familiare,
ma se guardavo più attentamente vedevo che c’erano alcune cose
fuori posto. Non c’erano etichette. Nulla era identificato o riconoscibile.
Tutti i barattoli e le scatole erano senza scritte. I contenitori dei surgelati
erano pieni di pacchetti marrone dalle forme talmente strane che non si
capiva se si trattasse di tacchino surgelato o di un pasto pronto cinese. Tutti
gli alimenti nel reparto ortaggi e i prodotti da forno erano celati in buste
marrone, e anche i libri in vendita erano senza titolo. Anche se nessun prodotto
era riconoscibile i miei compagni di sogno — le migliaia di compatrioti
abbigliati in modo bizzarro — valutavano attentamente i misteriosi
involucri, come se la loro fosse una scelta fondamentale. Come ogni sognatore
ero onnisciente, ero con loro ma ero distaccato e quando per un
attimo entrai nella scena notai gli uomini alle casse. Erano dei bruti. Ora,
capita di vedere in mezzo alla folla quei volti in cui è conclamata l’ostinata
resistenza agli appelli dell’amore, della ragione e della decenza, volti così
lascivi, abbrutiti e incalliti che si preferisce cambiare direzione. Uomini
del genere erano stati disposti a ridosso dell’unica via d’uscita e quando i
clienti vi si avvicinavano, i pacchetti acquistati venivano aperti — ancora
non riuscivo a vedere cosa contenessero — ma in ogni caso l’acquirente,
alla vista di ciò che aveva comprato, mostrava tutti i sintomi del più profondo
senso di colpa, di quella forza che ci costringe a inginocchiarci. Dopo
che la merce era stata aperta fino a farli vergognare, i clienti venivano spinti,
a volte a calci, verso la porta e dietro quella porta vidi una distesa d’acqua
scura e sentii lamenti terribili e urla. A gruppi, i clienti aspettavano alla
porta di essere portati via con un mezzo di trasporto che non riuscivo a
vedere. E mentre osservavo la scena, a migliaia continuavano a spingere i
carrelli nel supermercato, facevano scelte oculate e misteriose, venivano
insultati e portati via. Che significato ha tutto questo?".

John Cheever

mercoledì 17 febbraio 2010

“Vivere è percorrere il mondo

attraversando ponti di fumo;

quando si è giunti dall’altra parte

che importa se i ponti precipitano

Per arrivare in qualche luogo

bisogna trovare un passaggio

e non fa niente se scesi dalla vettura

si scopre che questa era un miraggio”.


Juan Rodolfo Wilcock

SIAMO NATI PER VIVERE COME BRUTI
Juan Rodolfo Wilcock, da Il reato di scrivere (Adelphi, 2010)

I promotori di un’inchiesta mi hanno domandato:
«Che cosa significa per lei oggi Dante?».
Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura
europea, per me è come se mi domandassero:
«Che cosa significa per lei, oggi, la poesia?». Ciò
non mi provoca il fastidio che mi provocavano
certe inchieste, da critici-portinai, come per
esempio. «1. Che pensa lei del romanzo sovietico
contemporaneo? 2. Che pensa lei del nouveau
roman?». E così via. Perché il romanzo sovietico
contemporaneo e il nouveau roman mi riguardano
quanto la temperatura minima dell’altro ieri a
Manila; invece la domanda su Dante, cioè sulla
poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge.
Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone
che scrivono o hanno scritto poesie, che si
occupano o si sono occupate di poesia. Non è una
domanda locale, italiana: è una domanda intorno
a una grande cosa finita, compiuta, senza seguito:
la poesia in Europa, nelle due Americhe e in tutte
quelle parti del mondo che si servono delle lingue
europee. Non si tratta di Leopardi o di Torquato
Tasso, si tratta del miglior poeta che ebbero le
nostre lingue. Ossia il più grosso produttore di un
prodotto che non si produce più. La domanda
interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo
fa quasi tutti noi partecipavamo, sia pure come
consumatori, a questa produzione, o al suo simulacro,
e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri
occhi. Scomparire come mestiere per diventare
vizio. […] Il mestiere consisteva nello scrivere
«Dolce color d’oriental zaffiro» e consegnare al
linguaggio quest’alba nuova e memorabile; il vizio
sta nello scrivere di nuovo «Dolce color d’oriental
zaffiro» e infilarcelo nel taschino, o legarlo alla
coda del gatto; perché, dove altro possiamo metterlo?
Dante si serviva della poesia per attestare la
sua convinzione, gloriosa ma scaduta, che non
siamo nati per vivere come bruti. Scaduta, dico:
adesso sappiamo, o sospettiamo, di essere nati per
vivere come bruti. […]
Vorrei però che tutto questo fosse un’ipotesi
sbagliata (non si può essere pessimisti e desiderare
inoltre di aver ragione). Ho parlato finora a nome
dei letterati; ho considerato l’insieme enorme di
prodotti poetici di questo ciclo concluso e l’impossibilità,
per loro, di aggiungerci qualcosa: non perché
non lo sappiano fare, bensì per la mancanza sia
di movente che di scopo nel farlo. Credo che «quell’insieme
enorme di prodotti poetici» sta a condizionare
ancora le nostre possibilità di espressione,
ossia di pensiero, e che ciò non sia sempre un bene.
Quante volte non vediamo la realtà attraverso un
verso che, pur esprimendo un pensiero questionabile,
riesce magicamente a presentarsi come pensiero
delicato. I più ovvi, anche se i più rozzi esempi,
sono i proverbi in versi, feccia dell’insipienza, eppure
magicamente accettati: «Moglie e buoi / dei paesi
tuoi», «Tra moglie e marito / non mettere il dito»,
o peggio ancora: «Al contadino non far sapere /
quant’è buono il cacio con le pere».
Sul piano più dignitoso possibile, lo stesso
vale purtroppo per la Divina Commedia. Fin dall’inizio:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»; e
subito tutti a supporre che la vita sia un cammino,
senza alcun motivo. E una volta storta la
mente in quella direzione, e con tanta forza – con
tanta forza, soprattutto – nessuno la raddrizza Un
altro grande poeta scrive che «la vita è sogno»,
dunque bisogna credere che la vita sia un cammino
e un sogno contemporaneamente; è strano che
ciò non comporti per noi alcuna difficoltà.
«Quell’insieme enorme di prodotti poetici» è un
gran dono e un gran pericolo. […]
Il pericolo peggiore (ma perché pericolo?
Semplicemente prospettiva) è questo: che una
miliardaria proliferazione di esseri umani, come
dice Morante: «soprannumerari conciati, televisati
e lustrati per la bomba atomica», estenda il
nominalismo delle ideologie puerili a oggetti
sempre più complessi, fino a mummificarli e convertirli
in puri nomi, semmai connessi a piccoli
riti: «San Marco», un posto dove si entra e dopo
un quarto d’ora si esce; «Golfo di Napoli», golfo
bello da guardare; «Debussy», musica che faceva
la borghesia mentre decadeva; «Cechov», attività
dei teatri sovvenzionati; «Shakespeare», varietà
di dialoghi e vestiti del Seicento con delitti;
«Picasso», disegni storti per appartamenti;
«Tiziano», quadri per musei; «Leonardo», «Michelangelo
» e «Raffaello», navi e geni; «Dante»,
poeta nazionale. E una volta svuotati di ogni
senso, al contrario del Geova ebraico, di loro non
sia permesso dire o sapere altro che il nome.

martedì 9 febbraio 2010