giovedì 18 febbraio 2010

"Mi chiedo, c’è o
no qualcosa nella postura che assumiamo quando spingiamo un carrello
che ci rende asessuati? Può essere fatto con signorilità? Sollevo la
questione perché quella sera tutti quegli acquirenti mentre spingevano
il carrello sembravano penitenti e asessuati. C’era gente di tutte le razze,
perché questo è il mio amato paese. Italiani, finlandesi, ebrei, neri,
persone dello Shropshire, cubani, chiunque avesse seguito la voce della
libertà, ed erano tutti vestiti con quell’entusiasmo suntuario che i caricaturisti
europei immortalano con risentito disgusto. Sì, c’erano nonne con
i pantaloncini, donne col sedere grosso in pantaloni di maglia, e gli uomini
sembravano essersi vestiti frettolosamente in un edificio in fiamme. Ma
questo, ripeto, è il mio paese, e secondo me il caricaturista che denigra l’anziana
signora in pantaloncini denigra se stesso. Io sono un nativo e indossavo
stivali in pelle di daino, pantaloni di cotone color cachi così aderenti
che si distinguevano i miei organi sessuali e la camicia di un pigiama di
rayon acetato su cui erano stampate le immagini della Pinta, della Niña e
della Santa Maria a vele spiegate. Era una strana scena, come è strano un
sogno dove guardiamo gli oggetti familiari sotto una luce tutt’altro che familiare,
ma se guardavo più attentamente vedevo che c’erano alcune cose
fuori posto. Non c’erano etichette. Nulla era identificato o riconoscibile.
Tutti i barattoli e le scatole erano senza scritte. I contenitori dei surgelati
erano pieni di pacchetti marrone dalle forme talmente strane che non si
capiva se si trattasse di tacchino surgelato o di un pasto pronto cinese. Tutti
gli alimenti nel reparto ortaggi e i prodotti da forno erano celati in buste
marrone, e anche i libri in vendita erano senza titolo. Anche se nessun prodotto
era riconoscibile i miei compagni di sogno — le migliaia di compatrioti
abbigliati in modo bizzarro — valutavano attentamente i misteriosi
involucri, come se la loro fosse una scelta fondamentale. Come ogni sognatore
ero onnisciente, ero con loro ma ero distaccato e quando per un
attimo entrai nella scena notai gli uomini alle casse. Erano dei bruti. Ora,
capita di vedere in mezzo alla folla quei volti in cui è conclamata l’ostinata
resistenza agli appelli dell’amore, della ragione e della decenza, volti così
lascivi, abbrutiti e incalliti che si preferisce cambiare direzione. Uomini
del genere erano stati disposti a ridosso dell’unica via d’uscita e quando i
clienti vi si avvicinavano, i pacchetti acquistati venivano aperti — ancora
non riuscivo a vedere cosa contenessero — ma in ogni caso l’acquirente,
alla vista di ciò che aveva comprato, mostrava tutti i sintomi del più profondo
senso di colpa, di quella forza che ci costringe a inginocchiarci. Dopo
che la merce era stata aperta fino a farli vergognare, i clienti venivano spinti,
a volte a calci, verso la porta e dietro quella porta vidi una distesa d’acqua
scura e sentii lamenti terribili e urla. A gruppi, i clienti aspettavano alla
porta di essere portati via con un mezzo di trasporto che non riuscivo a
vedere. E mentre osservavo la scena, a migliaia continuavano a spingere i
carrelli nel supermercato, facevano scelte oculate e misteriose, venivano
insultati e portati via. Che significato ha tutto questo?".

John Cheever

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