Lucinda Matlock
"Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali—
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi—
ci vuole vita per amare la vita."
Edgar Lee Masters
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mercoledì 19 maggio 2010
Una mia amica mi ha detto, una volta, che l'arte è finzione e penso che sia così, persino la fotografia è finzione. Mi ricordo, poi, quello che una volta ha scritto Umberto Eco: immaginate se non fosse vero niente, se non fossero mai esistiti gli Egizi, i Romani e così via. Immaginate se nessuna interpretazione fosse attendibile e si procedesse a caso, come un cardellino accecato. Immaginate di negare ogni valore alle parole, ogni valore alla comunicazione ma immaginate anche un computer riempito di dati disorganizzati, senza un codice per intenderli. Immaginate anche buoni samaritani che vengono in soccorso e , dato che la situazione è estrema, decidono di sopraffare il soggetto, di togliergli l'alfabeto, le sillabe, per trasformarlo beneficamente in un infante. Immaginate l'infante messo a nudo e la sua muta disperazione, perché sapeva camminare e parlare e altro ancora quando non era più un infante. Immaginate e riflettete anche voi.
giovedì 6 maggio 2010
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"La paura dell’altro, dello straniero, bandito nella clandestinità, nasce dalla paura dell’altro che è in noi, dell’estraneo che ci abita, di cui preferiremmo appunto non sapere nulla, che vorremmo reprimere o lasciare nella segretezza.
Siamo stranieri a noi stessi. Non solo nell’inconscio, ma anche nelle situazioni quotidiane: nel nome che non abbiamo scelto, e che forse non ci piace, nel corpo che spesso ci è di intralcio, soprattutto nella malattia e nella passività forzata, nella figura che guardiamo allo specchio o in fotografia, e che in genere non apprezziamo, nelle esperienze del sogno o dell’incubo, dell’idea improvvisa, dell’ossessione, degli scherzi della memoria, per non parlare del passato, soprattutto se dimenticato e del futuro che temiamo.
Lo straniero non è insomma sempre solo fuori, ma è anche dentro, nella più intima familiarità. È forse imparando a riflettere sulla nostra estraneità costitutiva, sul clandestino che è in noi, che guarderemo con altri occhi gli altri, gli stranieri, i clandestini”. Donatella Di Cesare
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"La paura dell’altro, dello straniero, bandito nella clandestinità, nasce dalla paura dell’altro che è in noi, dell’estraneo che ci abita, di cui preferiremmo appunto non sapere nulla, che vorremmo reprimere o lasciare nella segretezza.
Siamo stranieri a noi stessi. Non solo nell’inconscio, ma anche nelle situazioni quotidiane: nel nome che non abbiamo scelto, e che forse non ci piace, nel corpo che spesso ci è di intralcio, soprattutto nella malattia e nella passività forzata, nella figura che guardiamo allo specchio o in fotografia, e che in genere non apprezziamo, nelle esperienze del sogno o dell’incubo, dell’idea improvvisa, dell’ossessione, degli scherzi della memoria, per non parlare del passato, soprattutto se dimenticato e del futuro che temiamo.
Lo straniero non è insomma sempre solo fuori, ma è anche dentro, nella più intima familiarità. È forse imparando a riflettere sulla nostra estraneità costitutiva, sul clandestino che è in noi, che guarderemo con altri occhi gli altri, gli stranieri, i clandestini”. Donatella Di Cesare
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