giovedì 10 giugno 2010


Visto il film "Il tempo che ci rimane" del regista palestinese Elia Suleiman. E' ambientato a Nazareth, basato su ricordi personali e familiari, ricostruisce lo scontro tra israeliani e palestinesi attraverso la figura di un uomo, il padre del regista, deciso oppositore degli occupanti israeliani, accompagnato da alcune figure : quella della moglie, di una sorella che passa il suo tempo davanti alla televisione, del figlio ( il regista stesso) che si espone, a scuola, ai rimproveri dell'autorità, per la sua convinzione che gli americani siano imperialisti. Il padre, da un certo momento in poi, trasforma il suo impegno politico, in un atteggiamento di sopportazione degli inconvenienti quotidiani e di coltivazione di piccoli piaceri. E' un personaggio silenzioso (in generale tutto il film lo è, perché è affidato soprattutto alle immagini e alle situazioni); il figlio ritorna, ormai adulto, nella città e nella casa da cui si è dovuto allontanare molto presto, evidentemente per ragioni politiche, e ritova la zia, ormai anziana, immersa in un mondo domestico molto diverso: c'è una cameriera ( o badante) filippina, un cameriere ( o badante) venuto da chissà dove, una televisione sempre accesa ma la zia non parla più, neppure per comunicare, come faceva un tempo, strane e poco plausibili visualizzazioni, sullo schermo televisivo, di questo o quel membro della famiglia. Anche il mondo esterno è cambiato: la presenza dell'occupante è come un elemento del paesaggio, per esempio un giovane esce di casa per depositare la spazzatura in un cassonetto e parla tranquillamente al cellulare , camminando avanti e indietro mentre un carrarmato lo segue nei suoi movimenti. Il regista, che interpreta il ruolo del figlio adulto, è una presenza che passa quasi inosservata, pochi si accorgono di lui (dei vecchi amici, per esempio): si è parlato di una specie di Buster Keaton, in effetti ha un volto e un'espressione particolari, non un sorriso nè un gesto deciso. Cerca di risvegliare qualche ricordo del passato nella zia, facendole ascoltare della musica ( e, dopo un po', lei muove piano piano un piede, ascoltando quel ritmo) . Alla fine del film, come un saltatore con l'asta, salta oltre un muro e lo ritroviamo dove, senza conoscerlo, lo avevamo visto all'inizio, in un'auto guidata da un tassista confuso, di notte. Forse l'ordine non è proprio questo e sicuramente c'è molto altro . Si potrebbe vedere.

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