martedì 24 marzo 2009

Ho letto che è morto suicida, ieri, il figlio di Sylvia Plath, Nicholas Hughes. Aveva 47 anni, era stato professore di oceanografia, da un po' si dedicava alla ceramica, viveva in Alaska. Non credo al destino, penso che siamo noi a costruire la nostra vita, con il concorso delle circostanze : scelte, occasioni colte al volo o perdute, ambizioni sbagliate, rinunce, conquiste, falsi ideali, miti, intelligenza, profondità di sentire, superficialità, conformismo, coraggio, paura, viltà, alibi, negazioni e così via. Mi ricordo, comunque, che quando leggevo del suicidio di Sylvia Plath, pensavo al gelo che la circondava. Non ricordo il mese ma certo era inverno, faceva un grande freddo, era sola con in suoi due bambini, Frieda e Nicholas. Pensavo a quel freddo, ai due bambini che dormivano nell'altra stanza, senza sapere niente di quello che succedeva e , del resto, non avrebbero nemmeno potuto capirlo allora. Pensavo al fatto che lei, in un certo modo, con certi gesti che aveva fatto, aveva cercato anche di metterli in salvo, per esempio lasciando la colazione pronta, mi sembra. Per loro la vita continuava, lei credeva che sarebbe continuata bene per loro. Penso proprio che li amasse. Non so se amasse anche altro della vita, credo di sì.Non si accontentava? Era stata oppressa dalla madre? E il padre? Era troppo ambiziosa ? Non riusciva a conciliare gli opposti, a smorzare gli estremi? Le sue poesie sono scritte in un un linguaggio difficile, sono piene di simboli, di parole dure, spesse, non c'è gioia in quelle poesie, non era una poetessa della gioia di vivere. Il figlio, che allora era piccolissimo, era intanto diventato un uomo: dicono pieno di entusiasmo e di innocenza. Ci guarda da una foto, ci guardano lui, la sorella e la madre.I bambini sorridono, anche lei sorride, con un sorriso timido. Avrebbe potuto essere una storia semplice, niente poesia (?), un'altra poesia, insomma un'altra storia. Nesuna notizia sui giornali o altre notizie:un premio, una festa, una conferenza o nemmeno questo. Lei però era, e lo era, una poetessa. Non avrebbe dovuto esserlo? Chi era Ted Hughes , suo marito? Infatti c'è anche il problema dei suoi rapporti con questo marito- poeta che la tradiva e magari anche questo avrà avuto la sua importanza, più grande di quanto possiamo immaginare.Vediamo le vite dal di fuori, facciamo ipotesi, supponiamo, poi siamo tutti uguali ma non lo siamo allo stesso modo.Ho letto una poesia di Frieda, in cui parla della madre che le viene rubata dagli sguardi che indagano su di lei, penetrando perfino nelle sue viscere per toglierle i segreti, gente che si fa domande su quella che per lei era sua madre. Perciò adesso altre domande su Sylvia Plath, sui suoi figli, su Nicholas, che era Nicholas.

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