venerdì 10 dicembre 2010
giovedì 2 dicembre 2010
martedì 9 novembre 2010
"Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno [ schizzo] è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro."
Milan Kundera
Milan Kundera
martedì 13 luglio 2010
venerdì 2 luglio 2010
mercoledì 23 giugno 2010
martedì 22 giugno 2010
mercoledì 16 giugno 2010
giovedì 10 giugno 2010

Visto il film "Il tempo che ci rimane" del regista palestinese Elia Suleiman. E' ambientato a Nazareth, basato su ricordi personali e familiari, ricostruisce lo scontro tra israeliani e palestinesi attraverso la figura di un uomo, il padre del regista, deciso oppositore degli occupanti israeliani, accompagnato da alcune figure : quella della moglie, di una sorella che passa il suo tempo davanti alla televisione, del figlio ( il regista stesso) che si espone, a scuola, ai rimproveri dell'autorità, per la sua convinzione che gli americani siano imperialisti. Il padre, da un certo momento in poi, trasforma il suo impegno politico, in un atteggiamento di sopportazione degli inconvenienti quotidiani e di coltivazione di piccoli piaceri. E' un personaggio silenzioso (in generale tutto il film lo è, perché è affidato soprattutto alle immagini e alle situazioni); il figlio ritorna, ormai adulto, nella città e nella casa da cui si è dovuto allontanare molto presto, evidentemente per ragioni politiche, e ritova la zia, ormai anziana, immersa in un mondo domestico molto diverso: c'è una cameriera ( o badante) filippina, un cameriere ( o badante) venuto da chissà dove, una televisione sempre accesa ma la zia non parla più, neppure per comunicare, come faceva un tempo, strane e poco plausibili visualizzazioni, sullo schermo televisivo, di questo o quel membro della famiglia. Anche il mondo esterno è cambiato: la presenza dell'occupante è come un elemento del paesaggio, per esempio un giovane esce di casa per depositare la spazzatura in un cassonetto e parla tranquillamente al cellulare , camminando avanti e indietro mentre un carrarmato lo segue nei suoi movimenti. Il regista, che interpreta il ruolo del figlio adulto, è una presenza che passa quasi inosservata, pochi si accorgono di lui (dei vecchi amici, per esempio): si è parlato di una specie di Buster Keaton, in effetti ha un volto e un'espressione particolari, non un sorriso nè un gesto deciso. Cerca di risvegliare qualche ricordo del passato nella zia, facendole ascoltare della musica ( e, dopo un po', lei muove piano piano un piede, ascoltando quel ritmo) . Alla fine del film, come un saltatore con l'asta, salta oltre un muro e lo ritroviamo dove, senza conoscerlo, lo avevamo visto all'inizio, in un'auto guidata da un tassista confuso, di notte. Forse l'ordine non è proprio questo e sicuramente c'è molto altro . Si potrebbe vedere.
mercoledì 19 maggio 2010
Lucinda Matlock
"Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali—
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi—
ci vuole vita per amare la vita."
Edgar Lee Masters
Mi piace
"Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali—
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi—
ci vuole vita per amare la vita."
Edgar Lee Masters
Mi piace
Una mia amica mi ha detto, una volta, che l'arte è finzione e penso che sia così, persino la fotografia è finzione. Mi ricordo, poi, quello che una volta ha scritto Umberto Eco: immaginate se non fosse vero niente, se non fossero mai esistiti gli Egizi, i Romani e così via. Immaginate se nessuna interpretazione fosse attendibile e si procedesse a caso, come un cardellino accecato. Immaginate di negare ogni valore alle parole, ogni valore alla comunicazione ma immaginate anche un computer riempito di dati disorganizzati, senza un codice per intenderli. Immaginate anche buoni samaritani che vengono in soccorso e , dato che la situazione è estrema, decidono di sopraffare il soggetto, di togliergli l'alfabeto, le sillabe, per trasformarlo beneficamente in un infante. Immaginate l'infante messo a nudo e la sua muta disperazione, perché sapeva camminare e parlare e altro ancora quando non era più un infante. Immaginate e riflettete anche voi.
giovedì 6 maggio 2010
"
"
"La paura dell’altro, dello straniero, bandito nella clandestinità, nasce dalla paura dell’altro che è in noi, dell’estraneo che ci abita, di cui preferiremmo appunto non sapere nulla, che vorremmo reprimere o lasciare nella segretezza.
Siamo stranieri a noi stessi. Non solo nell’inconscio, ma anche nelle situazioni quotidiane: nel nome che non abbiamo scelto, e che forse non ci piace, nel corpo che spesso ci è di intralcio, soprattutto nella malattia e nella passività forzata, nella figura che guardiamo allo specchio o in fotografia, e che in genere non apprezziamo, nelle esperienze del sogno o dell’incubo, dell’idea improvvisa, dell’ossessione, degli scherzi della memoria, per non parlare del passato, soprattutto se dimenticato e del futuro che temiamo.
Lo straniero non è insomma sempre solo fuori, ma è anche dentro, nella più intima familiarità. È forse imparando a riflettere sulla nostra estraneità costitutiva, sul clandestino che è in noi, che guarderemo con altri occhi gli altri, gli stranieri, i clandestini”. Donatella Di Cesare
"
"La paura dell’altro, dello straniero, bandito nella clandestinità, nasce dalla paura dell’altro che è in noi, dell’estraneo che ci abita, di cui preferiremmo appunto non sapere nulla, che vorremmo reprimere o lasciare nella segretezza.
Siamo stranieri a noi stessi. Non solo nell’inconscio, ma anche nelle situazioni quotidiane: nel nome che non abbiamo scelto, e che forse non ci piace, nel corpo che spesso ci è di intralcio, soprattutto nella malattia e nella passività forzata, nella figura che guardiamo allo specchio o in fotografia, e che in genere non apprezziamo, nelle esperienze del sogno o dell’incubo, dell’idea improvvisa, dell’ossessione, degli scherzi della memoria, per non parlare del passato, soprattutto se dimenticato e del futuro che temiamo.
Lo straniero non è insomma sempre solo fuori, ma è anche dentro, nella più intima familiarità. È forse imparando a riflettere sulla nostra estraneità costitutiva, sul clandestino che è in noi, che guarderemo con altri occhi gli altri, gli stranieri, i clandestini”. Donatella Di Cesare
mercoledì 28 aprile 2010
"Claire Lalone" di Grace Paley
La madre di mio marito viveva in Florida, sulla costa sabbiosa di un piccolo lago, nel cuore di un aranceto che in qualche modo assomigliava al disegno di un bambino, tutto color sabbia, con qualche occasionale stelo d'erba verdissima che si piegava qua e là. Stava morendo e voleva fare alcune domande sulla vita. Le potevamo parlare solo a pranzo-brevemente-e, più tardi, a cena. Non mangiava molto, ma era il momento della giornata in cui aveva un po' di forze, che dedicava a noi.
Una sera, a cena, mi chiese del movimento di liberazione delle donne.Lei e la sua migliore amica ( anche lei molto malata) ne avevano parlato. Disse che pensava che avrei potuto sapere qualcosa al riguardo. Com'era? Significava che ci sarebbero state donne avvocato?
Sì.
Avrebbero lavorato anche le donne?
Oh, certamente, dissi.
Le donne, sarebbero state pagate tanto quanto gli uomini? Era questa, l'idea?
Una delle tante, risposi. Almeno , avrebbero avuto lo stesso stipendio.
Le donne si sarebbero finalmente liberate degli uomini che le comandano a bacchetta?
Con un po' di fortuna, dissi, anche se sarebbe stata necessaria un'enorme quantità di tempo, poiché la cosa avrebbe richiesto agli uomini molti cambiamenti.
Oh, non gli piacerà per nulla, disse lei. E la gente, avrebbe amato le figlie femmine tanto quanto i figli maschi?
Forse di più, risposi convinta.
Anche questo non è giusto, commentò con perspicacia.
La mattina seguente, ci stupì. Scese per la colazione. Non ho dormito, disse. Sono stata sveglia tutta la notte a pensare a quello che mi hai detto. Vedi, continuò, in tutta la mia vita non c'è una cosa che io non abbia fatto per compiacere un uomo. Mettermi in ghingheri, uscire, accettare un lavoro, lasciarlo, andare a casa o andarmene. Perfino stare zitta o dire qualcosa di gentile, cose così. Vedi, sono stata sveglia tutta la notte a pensare a te, ma specialmente a quelle giovani donne. Non riuscivo a smettere di pensare alle vite meravigliose che avranno.
Long Walks and Intimate Talks, 1991
da Grace Paley, L'importanza di non capire tutto, Einaudi 2007
.
La madre di mio marito viveva in Florida, sulla costa sabbiosa di un piccolo lago, nel cuore di un aranceto che in qualche modo assomigliava al disegno di un bambino, tutto color sabbia, con qualche occasionale stelo d'erba verdissima che si piegava qua e là. Stava morendo e voleva fare alcune domande sulla vita. Le potevamo parlare solo a pranzo-brevemente-e, più tardi, a cena. Non mangiava molto, ma era il momento della giornata in cui aveva un po' di forze, che dedicava a noi.
Una sera, a cena, mi chiese del movimento di liberazione delle donne.Lei e la sua migliore amica ( anche lei molto malata) ne avevano parlato. Disse che pensava che avrei potuto sapere qualcosa al riguardo. Com'era? Significava che ci sarebbero state donne avvocato?
Sì.
Avrebbero lavorato anche le donne?
Oh, certamente, dissi.
Le donne, sarebbero state pagate tanto quanto gli uomini? Era questa, l'idea?
Una delle tante, risposi. Almeno , avrebbero avuto lo stesso stipendio.
Le donne si sarebbero finalmente liberate degli uomini che le comandano a bacchetta?
Con un po' di fortuna, dissi, anche se sarebbe stata necessaria un'enorme quantità di tempo, poiché la cosa avrebbe richiesto agli uomini molti cambiamenti.
Oh, non gli piacerà per nulla, disse lei. E la gente, avrebbe amato le figlie femmine tanto quanto i figli maschi?
Forse di più, risposi convinta.
Anche questo non è giusto, commentò con perspicacia.
Ma questo non è tutto, aggiunsi. La maggior parte delle donne del movimento non voleva un pezzo della torta degli uomini. Pensavano che quella era una torta piuttosto velenosa, tossica, piena di armi, gas velenosi, e ogni tipo di ignobile porcheria: non ne volevano neanche una fetta di quella torta.
Era stanca. E' moltissimo, disse. Poi andò di sopra, a dormire.La mattina seguente, ci stupì. Scese per la colazione. Non ho dormito, disse. Sono stata sveglia tutta la notte a pensare a quello che mi hai detto. Vedi, continuò, in tutta la mia vita non c'è una cosa che io non abbia fatto per compiacere un uomo. Mettermi in ghingheri, uscire, accettare un lavoro, lasciarlo, andare a casa o andarmene. Perfino stare zitta o dire qualcosa di gentile, cose così. Vedi, sono stata sveglia tutta la notte a pensare a te, ma specialmente a quelle giovani donne. Non riuscivo a smettere di pensare alle vite meravigliose che avranno.
Long Walks and Intimate Talks, 1991
da Grace Paley, L'importanza di non capire tutto, Einaudi 2007
.
giovedì 22 aprile 2010
mercoledì 14 aprile 2010
venerdì 19 marzo 2010
mercoledì 10 marzo 2010
venerdì 19 febbraio 2010
A MIO FIGLIO di Juan Rodolfo Wilcock
Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.
Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.
Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,
né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:
ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.
giovedì 18 febbraio 2010
"Mi chiedo, c’è o
no qualcosa nella postura che assumiamo quando spingiamo un carrello
che ci rende asessuati? Può essere fatto con signorilità? Sollevo la
questione perché quella sera tutti quegli acquirenti mentre spingevano
il carrello sembravano penitenti e asessuati. C’era gente di tutte le razze,
perché questo è il mio amato paese. Italiani, finlandesi, ebrei, neri,
persone dello Shropshire, cubani, chiunque avesse seguito la voce della
libertà, ed erano tutti vestiti con quell’entusiasmo suntuario che i caricaturisti
europei immortalano con risentito disgusto. Sì, c’erano nonne con
i pantaloncini, donne col sedere grosso in pantaloni di maglia, e gli uomini
sembravano essersi vestiti frettolosamente in un edificio in fiamme. Ma
questo, ripeto, è il mio paese, e secondo me il caricaturista che denigra l’anziana
signora in pantaloncini denigra se stesso. Io sono un nativo e indossavo
stivali in pelle di daino, pantaloni di cotone color cachi così aderenti
che si distinguevano i miei organi sessuali e la camicia di un pigiama di
rayon acetato su cui erano stampate le immagini della Pinta, della Niña e
della Santa Maria a vele spiegate. Era una strana scena, come è strano un
sogno dove guardiamo gli oggetti familiari sotto una luce tutt’altro che familiare,
ma se guardavo più attentamente vedevo che c’erano alcune cose
fuori posto. Non c’erano etichette. Nulla era identificato o riconoscibile.
Tutti i barattoli e le scatole erano senza scritte. I contenitori dei surgelati
erano pieni di pacchetti marrone dalle forme talmente strane che non si
capiva se si trattasse di tacchino surgelato o di un pasto pronto cinese. Tutti
gli alimenti nel reparto ortaggi e i prodotti da forno erano celati in buste
marrone, e anche i libri in vendita erano senza titolo. Anche se nessun prodotto
era riconoscibile i miei compagni di sogno — le migliaia di compatrioti
abbigliati in modo bizzarro — valutavano attentamente i misteriosi
involucri, come se la loro fosse una scelta fondamentale. Come ogni sognatore
ero onnisciente, ero con loro ma ero distaccato e quando per un
attimo entrai nella scena notai gli uomini alle casse. Erano dei bruti. Ora,
capita di vedere in mezzo alla folla quei volti in cui è conclamata l’ostinata
resistenza agli appelli dell’amore, della ragione e della decenza, volti così
lascivi, abbrutiti e incalliti che si preferisce cambiare direzione. Uomini
del genere erano stati disposti a ridosso dell’unica via d’uscita e quando i
clienti vi si avvicinavano, i pacchetti acquistati venivano aperti — ancora
non riuscivo a vedere cosa contenessero — ma in ogni caso l’acquirente,
alla vista di ciò che aveva comprato, mostrava tutti i sintomi del più profondo
senso di colpa, di quella forza che ci costringe a inginocchiarci. Dopo
che la merce era stata aperta fino a farli vergognare, i clienti venivano spinti,
a volte a calci, verso la porta e dietro quella porta vidi una distesa d’acqua
scura e sentii lamenti terribili e urla. A gruppi, i clienti aspettavano alla
porta di essere portati via con un mezzo di trasporto che non riuscivo a
vedere. E mentre osservavo la scena, a migliaia continuavano a spingere i
carrelli nel supermercato, facevano scelte oculate e misteriose, venivano
insultati e portati via. Che significato ha tutto questo?".
John Cheever
no qualcosa nella postura che assumiamo quando spingiamo un carrello
che ci rende asessuati? Può essere fatto con signorilità? Sollevo la
questione perché quella sera tutti quegli acquirenti mentre spingevano
il carrello sembravano penitenti e asessuati. C’era gente di tutte le razze,
perché questo è il mio amato paese. Italiani, finlandesi, ebrei, neri,
persone dello Shropshire, cubani, chiunque avesse seguito la voce della
libertà, ed erano tutti vestiti con quell’entusiasmo suntuario che i caricaturisti
europei immortalano con risentito disgusto. Sì, c’erano nonne con
i pantaloncini, donne col sedere grosso in pantaloni di maglia, e gli uomini
sembravano essersi vestiti frettolosamente in un edificio in fiamme. Ma
questo, ripeto, è il mio paese, e secondo me il caricaturista che denigra l’anziana
signora in pantaloncini denigra se stesso. Io sono un nativo e indossavo
stivali in pelle di daino, pantaloni di cotone color cachi così aderenti
che si distinguevano i miei organi sessuali e la camicia di un pigiama di
rayon acetato su cui erano stampate le immagini della Pinta, della Niña e
della Santa Maria a vele spiegate. Era una strana scena, come è strano un
sogno dove guardiamo gli oggetti familiari sotto una luce tutt’altro che familiare,
ma se guardavo più attentamente vedevo che c’erano alcune cose
fuori posto. Non c’erano etichette. Nulla era identificato o riconoscibile.
Tutti i barattoli e le scatole erano senza scritte. I contenitori dei surgelati
erano pieni di pacchetti marrone dalle forme talmente strane che non si
capiva se si trattasse di tacchino surgelato o di un pasto pronto cinese. Tutti
gli alimenti nel reparto ortaggi e i prodotti da forno erano celati in buste
marrone, e anche i libri in vendita erano senza titolo. Anche se nessun prodotto
era riconoscibile i miei compagni di sogno — le migliaia di compatrioti
abbigliati in modo bizzarro — valutavano attentamente i misteriosi
involucri, come se la loro fosse una scelta fondamentale. Come ogni sognatore
ero onnisciente, ero con loro ma ero distaccato e quando per un
attimo entrai nella scena notai gli uomini alle casse. Erano dei bruti. Ora,
capita di vedere in mezzo alla folla quei volti in cui è conclamata l’ostinata
resistenza agli appelli dell’amore, della ragione e della decenza, volti così
lascivi, abbrutiti e incalliti che si preferisce cambiare direzione. Uomini
del genere erano stati disposti a ridosso dell’unica via d’uscita e quando i
clienti vi si avvicinavano, i pacchetti acquistati venivano aperti — ancora
non riuscivo a vedere cosa contenessero — ma in ogni caso l’acquirente,
alla vista di ciò che aveva comprato, mostrava tutti i sintomi del più profondo
senso di colpa, di quella forza che ci costringe a inginocchiarci. Dopo
che la merce era stata aperta fino a farli vergognare, i clienti venivano spinti,
a volte a calci, verso la porta e dietro quella porta vidi una distesa d’acqua
scura e sentii lamenti terribili e urla. A gruppi, i clienti aspettavano alla
porta di essere portati via con un mezzo di trasporto che non riuscivo a
vedere. E mentre osservavo la scena, a migliaia continuavano a spingere i
carrelli nel supermercato, facevano scelte oculate e misteriose, venivano
insultati e portati via. Che significato ha tutto questo?".
John Cheever
mercoledì 17 febbraio 2010
SIAMO NATI PER VIVERE COME BRUTI
Juan Rodolfo Wilcock, da Il reato di scrivere (Adelphi, 2010)
I promotori di un’inchiesta mi hanno domandato:
«Che cosa significa per lei oggi Dante?».
Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura
europea, per me è come se mi domandassero:
«Che cosa significa per lei, oggi, la poesia?». Ciò
non mi provoca il fastidio che mi provocavano
certe inchieste, da critici-portinai, come per
esempio. «1. Che pensa lei del romanzo sovietico
contemporaneo? 2. Che pensa lei del nouveau
roman?». E così via. Perché il romanzo sovietico
contemporaneo e il nouveau roman mi riguardano
quanto la temperatura minima dell’altro ieri a
Manila; invece la domanda su Dante, cioè sulla
poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge.
Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone
che scrivono o hanno scritto poesie, che si
occupano o si sono occupate di poesia. Non è una
domanda locale, italiana: è una domanda intorno
a una grande cosa finita, compiuta, senza seguito:
la poesia in Europa, nelle due Americhe e in tutte
quelle parti del mondo che si servono delle lingue
europee. Non si tratta di Leopardi o di Torquato
Tasso, si tratta del miglior poeta che ebbero le
nostre lingue. Ossia il più grosso produttore di un
prodotto che non si produce più. La domanda
interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo
fa quasi tutti noi partecipavamo, sia pure come
consumatori, a questa produzione, o al suo simulacro,
e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri
occhi. Scomparire come mestiere per diventare
vizio. […] Il mestiere consisteva nello scrivere
«Dolce color d’oriental zaffiro» e consegnare al
linguaggio quest’alba nuova e memorabile; il vizio
sta nello scrivere di nuovo «Dolce color d’oriental
zaffiro» e infilarcelo nel taschino, o legarlo alla
coda del gatto; perché, dove altro possiamo metterlo?
Dante si serviva della poesia per attestare la
sua convinzione, gloriosa ma scaduta, che non
siamo nati per vivere come bruti. Scaduta, dico:
adesso sappiamo, o sospettiamo, di essere nati per
vivere come bruti. […]
Vorrei però che tutto questo fosse un’ipotesi
sbagliata (non si può essere pessimisti e desiderare
inoltre di aver ragione). Ho parlato finora a nome
dei letterati; ho considerato l’insieme enorme di
prodotti poetici di questo ciclo concluso e l’impossibilità,
per loro, di aggiungerci qualcosa: non perché
non lo sappiano fare, bensì per la mancanza sia
di movente che di scopo nel farlo. Credo che «quell’insieme
enorme di prodotti poetici» sta a condizionare
ancora le nostre possibilità di espressione,
ossia di pensiero, e che ciò non sia sempre un bene.
Quante volte non vediamo la realtà attraverso un
verso che, pur esprimendo un pensiero questionabile,
riesce magicamente a presentarsi come pensiero
delicato. I più ovvi, anche se i più rozzi esempi,
sono i proverbi in versi, feccia dell’insipienza, eppure
magicamente accettati: «Moglie e buoi / dei paesi
tuoi», «Tra moglie e marito / non mettere il dito»,
o peggio ancora: «Al contadino non far sapere /
quant’è buono il cacio con le pere».
Sul piano più dignitoso possibile, lo stesso
vale purtroppo per la Divina Commedia. Fin dall’inizio:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»; e
subito tutti a supporre che la vita sia un cammino,
senza alcun motivo. E una volta storta la
mente in quella direzione, e con tanta forza – con
tanta forza, soprattutto – nessuno la raddrizza Un
altro grande poeta scrive che «la vita è sogno»,
dunque bisogna credere che la vita sia un cammino
e un sogno contemporaneamente; è strano che
ciò non comporti per noi alcuna difficoltà.
«Quell’insieme enorme di prodotti poetici» è un
gran dono e un gran pericolo. […]
Il pericolo peggiore (ma perché pericolo?
Semplicemente prospettiva) è questo: che una
miliardaria proliferazione di esseri umani, come
dice Morante: «soprannumerari conciati, televisati
e lustrati per la bomba atomica», estenda il
nominalismo delle ideologie puerili a oggetti
sempre più complessi, fino a mummificarli e convertirli
in puri nomi, semmai connessi a piccoli
riti: «San Marco», un posto dove si entra e dopo
un quarto d’ora si esce; «Golfo di Napoli», golfo
bello da guardare; «Debussy», musica che faceva
la borghesia mentre decadeva; «Cechov», attività
dei teatri sovvenzionati; «Shakespeare», varietà
di dialoghi e vestiti del Seicento con delitti;
«Picasso», disegni storti per appartamenti;
«Tiziano», quadri per musei; «Leonardo», «Michelangelo
» e «Raffaello», navi e geni; «Dante»,
poeta nazionale. E una volta svuotati di ogni
senso, al contrario del Geova ebraico, di loro non
sia permesso dire o sapere altro che il nome.
Juan Rodolfo Wilcock, da Il reato di scrivere (Adelphi, 2010)
I promotori di un’inchiesta mi hanno domandato:
«Che cosa significa per lei oggi Dante?».
Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura
europea, per me è come se mi domandassero:
«Che cosa significa per lei, oggi, la poesia?». Ciò
non mi provoca il fastidio che mi provocavano
certe inchieste, da critici-portinai, come per
esempio. «1. Che pensa lei del romanzo sovietico
contemporaneo? 2. Che pensa lei del nouveau
roman?». E così via. Perché il romanzo sovietico
contemporaneo e il nouveau roman mi riguardano
quanto la temperatura minima dell’altro ieri a
Manila; invece la domanda su Dante, cioè sulla
poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge.
Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone
che scrivono o hanno scritto poesie, che si
occupano o si sono occupate di poesia. Non è una
domanda locale, italiana: è una domanda intorno
a una grande cosa finita, compiuta, senza seguito:
la poesia in Europa, nelle due Americhe e in tutte
quelle parti del mondo che si servono delle lingue
europee. Non si tratta di Leopardi o di Torquato
Tasso, si tratta del miglior poeta che ebbero le
nostre lingue. Ossia il più grosso produttore di un
prodotto che non si produce più. La domanda
interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo
fa quasi tutti noi partecipavamo, sia pure come
consumatori, a questa produzione, o al suo simulacro,
e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri
occhi. Scomparire come mestiere per diventare
vizio. […] Il mestiere consisteva nello scrivere
«Dolce color d’oriental zaffiro» e consegnare al
linguaggio quest’alba nuova e memorabile; il vizio
sta nello scrivere di nuovo «Dolce color d’oriental
zaffiro» e infilarcelo nel taschino, o legarlo alla
coda del gatto; perché, dove altro possiamo metterlo?
Dante si serviva della poesia per attestare la
sua convinzione, gloriosa ma scaduta, che non
siamo nati per vivere come bruti. Scaduta, dico:
adesso sappiamo, o sospettiamo, di essere nati per
vivere come bruti. […]
Vorrei però che tutto questo fosse un’ipotesi
sbagliata (non si può essere pessimisti e desiderare
inoltre di aver ragione). Ho parlato finora a nome
dei letterati; ho considerato l’insieme enorme di
prodotti poetici di questo ciclo concluso e l’impossibilità,
per loro, di aggiungerci qualcosa: non perché
non lo sappiano fare, bensì per la mancanza sia
di movente che di scopo nel farlo. Credo che «quell’insieme
enorme di prodotti poetici» sta a condizionare
ancora le nostre possibilità di espressione,
ossia di pensiero, e che ciò non sia sempre un bene.
Quante volte non vediamo la realtà attraverso un
verso che, pur esprimendo un pensiero questionabile,
riesce magicamente a presentarsi come pensiero
delicato. I più ovvi, anche se i più rozzi esempi,
sono i proverbi in versi, feccia dell’insipienza, eppure
magicamente accettati: «Moglie e buoi / dei paesi
tuoi», «Tra moglie e marito / non mettere il dito»,
o peggio ancora: «Al contadino non far sapere /
quant’è buono il cacio con le pere».
Sul piano più dignitoso possibile, lo stesso
vale purtroppo per la Divina Commedia. Fin dall’inizio:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»; e
subito tutti a supporre che la vita sia un cammino,
senza alcun motivo. E una volta storta la
mente in quella direzione, e con tanta forza – con
tanta forza, soprattutto – nessuno la raddrizza Un
altro grande poeta scrive che «la vita è sogno»,
dunque bisogna credere che la vita sia un cammino
e un sogno contemporaneamente; è strano che
ciò non comporti per noi alcuna difficoltà.
«Quell’insieme enorme di prodotti poetici» è un
gran dono e un gran pericolo. […]
Il pericolo peggiore (ma perché pericolo?
Semplicemente prospettiva) è questo: che una
miliardaria proliferazione di esseri umani, come
dice Morante: «soprannumerari conciati, televisati
e lustrati per la bomba atomica», estenda il
nominalismo delle ideologie puerili a oggetti
sempre più complessi, fino a mummificarli e convertirli
in puri nomi, semmai connessi a piccoli
riti: «San Marco», un posto dove si entra e dopo
un quarto d’ora si esce; «Golfo di Napoli», golfo
bello da guardare; «Debussy», musica che faceva
la borghesia mentre decadeva; «Cechov», attività
dei teatri sovvenzionati; «Shakespeare», varietà
di dialoghi e vestiti del Seicento con delitti;
«Picasso», disegni storti per appartamenti;
«Tiziano», quadri per musei; «Leonardo», «Michelangelo
» e «Raffaello», navi e geni; «Dante»,
poeta nazionale. E una volta svuotati di ogni
senso, al contrario del Geova ebraico, di loro non
sia permesso dire o sapere altro che il nome.
martedì 9 febbraio 2010
mercoledì 27 gennaio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
"Il soggetto dell’analisi è soggetto parlante, capace cioè di rendere pubblico il proprio diritto/norma senza bisogno di ricorrere al debito dell’appartenenza a nessun “clero”...la tristezza, il dolore, la sofferenza, la gioia, lo stupore, la meraviglia, il dubbio, l’incertezza e tutto il resto dell’umana emozione hanno da essere limitati, espunti: sono trattati quasi da fattori inaccettabilmente umani che non debbono avere un posto e un motivo, basta che vengano tenuti sotto controllo.In questo risiede la forza rivoluzionaria e profondamente laica della psicoanalisi: nel saper dare la parola al soggetto, permettendogli di dare un nome al proprio mondo emotivo e al proprio desiderio..."
domenica 24 gennaio 2010
I tecnici riparano le televisioni, i computer, i frigoriferi, gli elettrodomestici in genere.
Naturalmente c'è anche una definizione più precisa di ciò che è un tecnico:per esempio, "chi ha una pratica specifica in qualcosa".
Tu hai bisogno di un tecnico:"tu hai bisogno di riparazioni". E tu?
Un aneddoto raccontatomi da un'amica:"Una signora invita Croce a casa sua e gli chiede:'Maestro, cosa pensa del mio pensiero?'. E il maestro:'Signora, pensi alla salute'".
Un caro saluto a tutti
Naturalmente c'è anche una definizione più precisa di ciò che è un tecnico:per esempio, "chi ha una pratica specifica in qualcosa".
Tu hai bisogno di un tecnico:"tu hai bisogno di riparazioni". E tu?
Un aneddoto raccontatomi da un'amica:"Una signora invita Croce a casa sua e gli chiede:'Maestro, cosa pensa del mio pensiero?'. E il maestro:'Signora, pensi alla salute'".
Un caro saluto a tutti
giovedì 21 gennaio 2010
" Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e - i più competenti - le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per "consumare" ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono "folla" e restano "altri". Estranei. Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un'opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non "Opinione", ma "opinioni", raccolte dai sondaggi, rappresentate "dai" e "sui" media. Più che "opinione pubblica": pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini."
Ilvo Diamanti 2008
Ilvo Diamanti 2008
mercoledì 20 gennaio 2010

"E voi cominciate a pensare a questa situazione veramente atroce e vi dite:' Mannaggia, come cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo?'.- Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse , e poi tutt'a un tratto avete come un'intuizione...la Cosa Brutta riesce a farvi questo perchè 'voi siete' la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient'altro: nessuna infezione batteriologica nè colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d'altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi 'definisce', specie dopo che è passato qualche tempo. Vi rendete conto di tutto questo. Ed è allora, mi sa, che se avete lo scilinguagnolo vi rendete conto che l'acqua non ha superficie, oppure sbattete il muso contro il vetro della campana rendendovi conto di essere in trappola, oppure guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. E' in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi...La grande domanda è se sul pianeta Trillafon ci sia la Cosa Brutta. Non so se ci sia o no. Magari non se la passa bene in un'atmosfera più rarefatta e meno nutriente. Io non me la passo bene per niente ,sotto certi aspetti. A volte, quando non ci penso, penso di essere ormai completamente sfuggito alla Cosa Brutta, e che sarò in grado di condurre una Vita Normale e Produttiva come avvocato o roba del genere qui sul pianeta Trillafon, non appena riuscirò di nuovo a leggere.
Essere lontani aiuta rispetto alla Cosa Brutta.
Solo che è sommamente idiota se si pensa a quello che dicevo prima riguardo al fatto che la Cosa Brutta è davvero".
da "Il pianeta Trillafon e la Cosa Brutta" di David Foster Wallace ( da "Questa è l'acqua").Traduzione di Giovanna Granato .
Lontani dalla Cosa Brutta, dal pianeta Trillafon e da qualche altra cosa ancora ( in quest'ultimo caso nei limiti del possibile).
giovedì 14 gennaio 2010
"Tutti quanti al mondo, Percy mi disse, erano tirati su per non mollare qualche cosa, grande o piccola, e non importava la grandezza, per quanto potesse essere piccola o grande bastava non mollare. E quando lo capì fece una cosa difficile. Attraversò lentamente la cucina diretto verso la porta. E poi fece una cosa ancora più difficile. Si girò verso i due vecchi che si erano voltati anche loro. Si rendeva conto quanto fossero feriti e che non ci sarebbe stato più alcun abbraccio. E fu così che li lasciò, con le facce ancora rivolte verso di lui. Percy mi disse tutto questo sul traghetto con lo sguardo perso nel suo whiskey".
Michael Curtin, La Lega antiNatale,Marcos y Marcos,2oo9
Michael Curtin, La Lega antiNatale,Marcos y Marcos,2oo9
mercoledì 13 gennaio 2010
martedì 12 gennaio 2010
E' una giornata fredda, di quelle che ti fanno sentire la testa dolorante ("Ho un cerchio alla testa", e dillo, dai, con le parole di tutti. Non volevi essere "uomo tra gli umani", più propriamente "donna tra gli umani"?). Avevo trascritto in un quaderno una frase di Raffaele La Capria sui pregiudizi, parola poi che è tornata in vari dialoghi, in luoghi diversi: in un'intervista allo scrittore, l'intervistatore o intervistatrice chiede se la mosca, una volta uscita dalla bottiglia in cui è rinchiusa, non rischia di andarsi a chiudere in un'altra bottiglia. La Capria risponde che è possibile ma, almeno, ci andrà a finire volontariamente, per sua scelta. E ' come dire:"Sì ,voglio avere dei pregiudizi ma me li voglio scegliere io!". Che magra consolazione...Una campagna critica nei confronti dei pregiudizi che si risolve nell'ammissione che senza pregiudizi non si può vivere...Mah, che strani tempi. Forse non sarà nemmeno così, è solo per fissare sulla pagina una provvisoria armonia o per mostrare la propria armonia: una conquista , una conquista che non conosco. Da un pregiudizio all'altro, per scoprire che è più quello che hai perduto che quello che hai guadagnato. Se volete che guardi la realtà "nuda e cruda", dopo, per favore, non vi lamentate se è così che la vedo. Tutti questi blog , qui su Internet, quanti ce ne sono, molti, prima o poi, spariscono...Anche questo blog solitario vuole proprio sparire... Tavolo. sedia, occhiali, giornali, libri, acqua, mani, sigarette, telefono...Arrivederci, ragazzi.
domenica 3 gennaio 2010
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