sabato 26 dicembre 2009

Se il blog è solitario, ad un certo punto l'autore si sente solo e preferisce chiuderlo, almeno fino a quando, forse mai, non avrà trovato un modo per farne qualcosa di diverso. Esprimere o comunicare? Sono poi così antitetiche le due opzioni? Questo mare di parole che si ripetono tutte uguali, sempre uguali, caspita, eh! Ognuno ha la risposta pronta, non c'è più niente di cui stupirsi. Nè è chiaro se, a tapparti la bocca, sono gli altri o sei tu. Le chiacchiere sono dolci che si preparano, se si vuole, a Carnevale o, sempre che si voglia, in altri periodi dell'anno: non sono un granchè. Fatte in casa o comprate in pasticceria, non sono comunque un granchè. La voce parlante di una poesia di Edgar Lee Masters, concludeva il suo monologo-epitaffio prendendosela con i figli e le figlie degeneri, immersi nel dolore e nella stanchezza, e diceva che "ci vuole vita, per amare la vita". Vogliamo dire di no? Una vita, qualunque essa sia? Una vita disponibile e aperta, questo sì ma quanti ostacoli, per tutti, lungo il percorso...

martedì 1 dicembre 2009

“Solo una persona può sapere se ciò che faccio è onesto, esatto, aperto e valido, o falso, chiuso e non valido, e quella persona sono io.” Carl Rogers

mercoledì 25 novembre 2009

"Tutte le servitù degli uomini modernamente liberi rifiutano questa ancillarità al pensiero:

è questo rifiuto a farli servi.

Rammento che tratto la parola “pensiero” come sinonimo della parola “libertà”"


Giacomo B. Contri ( amico del pensiero)

martedì 24 novembre 2009

Ascoltato stasera, non per la prima volta, in un posto che si chiama "Circolo canottieri", qui a Napoli, uno scrittore, Maurizio De Gennaro. E' autore di tre romanzi, mi sembra, di genere "noir" ( più di alcuni piccoli libri di passione calcistica e di un altro di genere umoristico, sulle "cene in piedi" e difficoltà connesse). De Gennaro è davvero un piacevole narratore, nel senso che anche i suoi interventi "orali" ti fanno riflettere e ti danno il gusto del racconto. Tanto è vero che parlo di lui senza avere letto che i suoi racconti sul Napoli. Nei suoi romanzi di genere "noir" il personaggio principale è un commissario napoletano, Ricciardi: è dotato di un dono che è anche una maledizione da cui non può liberarsi. Consiste nell'assorbire il dolore degli altri, nel riviverlo dentro di sè. E' questo che gli consente di ricostruire la trama dei delitti, più in particolare la capacità di cogliere una parte delle ultime parole di chi è stato vittima di un delitto e di partire da lì per completare quell'ultima frase, risalendo al colpevole. De Gennaro ha detto che l'indagine di Ricciardi non si basa sui metodi scientifici ( anche perchè le vicende sono ambientate in anni lontani: nel primo romanzo, "Il senso del dolore", in epoca fascista), metodi che, a suo parere, finiscono per depistare, ma sulla ricerca delle motivazioni. Per l'autore il delitto nasce da una corruzione delle passioni: amore, odio, invidia, gelosia. Altri aspetti che mi sono sembrati interessanti sono il rilievo che ha per lo scrittore il "personaggio" più che la storia: è questo che gli fa affrontare , quasi senza una mappa, ogni nuovo romanzo, cioè la presenza del personaggio-commissario ( naturalmente con quelle caratteristiche che ne fanno quella particolare persona). Infine, una considerazione di de Gennaro su Ricciardi:Ricciardi, per il suo dono, per il suo essere cioè "iperdotato" è destinato alla solitudine, così come sono destinati alla solitudine gli "ipodotati". Gli uni e gli altri "soli" perchè "diversi". I libri di Maurizio De Gennaro: per chi ha la fortuna di potere leggere, una bella avventura.
"Il bambino, a un certo punto, per non dover mentire, tace, sorvola: è una questione morale".


" Amare, lavorare, parlare, sognare: ecco le prove dell'esistenza".

mercoledì 18 novembre 2009




ABBIAMO TUTTE LA STESSA STORIA da "Tutta casa, letto e chiesa" di Franca Rame

Nel centro della scena vuota un praticabile scosceso delle dimensioni di un grande letto sul quale è distesa una ragazza. Luce bassa. FRANCA: No, no, per favore... per favore... stai fermo... non così, non mi fai respirare. Aspetta... Sì che mi piace far l’amore, ma vorrei... ecco, un po’ più di, come dire? Mi strizzi dappertutto! Tirati su... Piantala! Mi bausci tutta la faccia... No! Nell’orecchio no! Sì, mi piace, ma mi pari un frullatore con quella lingua lì! Ma quante mani hai?! Fammi respirare. Mamma mia, come pesi... Cos’hai mangiato oggi?!... Tirati su, ho detto! (Si tira su lentamente come se si liberasse dal peso del corpo dell’uomo, ponendosi a sedere di fronte al pubblico) Oh, finalmente! Sono tutta sudata! Ti sembra il modo di fare all’amore?... Sì, mi piace, mi piace fare l’amore, ma vorrei farlo anche con un po’ di sentimento... Ma che c’entra il sentimentalismo? Ecco, lo sapevo che saltavi fuori a dire che sono stronza romantica e fumettara!... Ma certo che mi va di fare l’amore, ma lo vuoi capire che non sono un flipper, che basta metterci dentro le 100 lire si accendono tutte le lampadine e tun trin toch toch... den den den... din!, e lo puoi sbattere come ti pare! Non sono un flipper! A me se mi sbatti, vado in tilt! Possibile che se una di noi non si mette subito in posizione comoda, su la sottana e giù le mutande, gambe divaricate e ben distese, è subito una stronza complessata, con le pruderie dell’onore e del pudore inculcate da una educazione reazionaria imperialista capitalistica massonica conformista astroungarica cattolica repressa?.. Sono saccente eh? E la donna saccente rompe i colions! Meglio la cretinotta con la risata erotica... (Ride basso, erotico sgangherato) Va’ via... Lasciami perdere... (Canterella nervosa, poi lancia un piccolo grido) Cosa mi tocchi?... Lo sai che non voglio... (Arrendevole) No, non sono offesa... E va bene, facciamolo, questo amore! (Si ridistende di profilo al pubblico; dal cambio di tono, s’intuisce che ha ripreso il rapporto sessuale) Pensare che quando vuoi, sai essere così dolce... quasi umano! Proprio un compagno! (Diventa languida, parla con voce trasognata) Con te mi riesce di parlare di cose che normalmente non riesco neanche a dire... cose perfino intelligenti. Ecco, tu mi fai sentire intelligente! Con te mi realizzo... E poi tu non vieni con me solo perché ti piace come faccio all’amore... ma anche dopo, resti con me... e io parlo e tu mi ascolti... (Sempre più languida) Tu parli e io ti ascolto... parli, parli e io... (languidissima) e io... (Si capisce che sta per raggiungere il cosiddetto “orgasmo”... ovviamente solo dal tono di voce!!) E io... e io... (Cambia completamente tono. Di colpo è realista e terrorizzata) Resto incinta!! (Implorante) Fermati... fermati... (Perentoria) Fermati!! Ti hanno caricato con la chiavetta? (L’uomo s’è finalmente bloccato). Devo dirti una cosa importante... Non ho preso la pillola... No, non la prendo più... mi fa male, mi fa venire due seni che sembrano le cupole di San Pietro. Sì, va bene, continuiamo... ma ti prego, fai attenzione... Non ti dimenticare cos’è successo quella volta là... come sono stata male! (Cambia tono) Sì, lo so, anche tu sei stato male, ma io di più se non ti spiace! Sì, continuiamo, ma stai attento... (Hanno ripreso a fare l’amore. La ragazza resta qualche secondo immobile in silenzio ad occhi spalancati poi nervosamente batte il piede per terra. Guarda il suo immaginario partner e gli bisbiglia con voce piena d ’apprensione) Stai attento! (Si estrania ancora, poi gli ripete con altro tono di voce) Stai attento!!! (Seccata) No, non riesco! Non riesco! Questo fatto dell’incintamento m’ha ghiacciato il sangue nelle vene!!... Il diaframma? Sì, lo uso, ma tu non mi avevi detto che oggi... e poi quel coso di gomma nella pancia non mi piace... mi fa impressione... mi pare di avere dentro un chewing gum... (S’intuisce che l’uomo si è staccato dalla donna. Lei ritorna a sedere, dispiaciuta, di fronte al pubblico) Ti sei spoetizzato? Beh, mi dispiace! Però è perlomeno buffo: io non voglio restare incinta e lui si spoetizza! (Via via, con più rabbia) E tu saresti un compagno? Sai che compagno sei tu? Sei un compagno del cazzo. O yes! È con quello, che ragioni. È lui, il tuo compagno! È lui che è rimasto cattolico imperialista plutocrate massonico represso. Se lo guardi bene ha in testa la papalina da cardinale... con i gradi da generale, e il fiocco da fascista!! Sì, fascista!! (Indignata) Villano! (Le viene da piangere) Una cosa così, a me, non la dovevi dire... (Piange) Dirmi che ragiono con l’utero... Certo che piango, mi hai offesa, mi hai! (Si distende come se l’uomo l’avesse spinta con forza) Ma come, io piango e tu ti ecciti?! Ma, ma... sì, sì... facciamo all’amore... (Piena d’amore) Anch’io, anch’io ti voglio bene... la colpa non è tua... la colpa è della società... dell’egoismo... (diventa via via più languida) dell’imperialismo... delle multinazionali... dell’energia nucleare. Fermati! Ma perché la parola “energia nucleare” ti eccita tanto! (Cambia tono) Fermati... fermati!! (Si lascia andare come senza vita. Senza tono, con voce piatta) Non ti sei fermato! (Disperata) Sono incinta! (Lo spinge via) Sono incinta... (Gridando) Sono incinta!!! (Cambio di luce: da tenue a violenta. La ragazza si mette a sedere girata dalla parte opposta rispetto al luogo dove stava il fidanzato. Ora è come se si trovasse in uno studio medico. La sua interlocutrice è una levatrice) Sì signora, sono incinta... quasi tre mesi... Sì signora, ho fatto le analisi... Sì signora, mi stendo... (Si stende profilo al pubblico) La prego, faccia piano... Sì lo so che non fa male, che è solo una visita, ma sono nervosa... da noi non c’è questo tipo di educazione... Sì, ho già fatto un aborto, tempo fa... senza anestesia né parziale né totale, come dire “da sveglia”... È stato tremendo... un dolore! La cosa peggiore però è come mi trattavano... come fossi una puttana! E non potevo nemmeno gridare: “Taci, – mi dicevano, – hai sbagliato, paga!!” (Cambia ono. Fa cenno con le dita, che intende di aver pagato oltre che col dolore anche col denaro) E ho pagato! Adesso il mio aborto (si rimette a sedere) lo voglio fare bene... non voglio sentire male, anestesia totale! Mi voglio fare una dormita! Non voglio sentire niente di niente... non voglio sapere niente... nemmeno il giorno che mi fate l’aborto... voi mi addormentate una settimana prima, poi con calma, quando avete tempo... (Cambia tono. Seria) Un milione? Un milione?! Sono aumentati i prezzi eh!?... Sì, sì, mi rendo conto: l’anestesista, il rischio... (Cambia tono) Un milione?!... Lo so, signora, che c’è la Legge! È proprio dalla 194 che vengo... Non le dico come sono impazzita per trovare un medico che mi facesse il certificato d’aborto, l’ospedale che mi mettesse in lista... Finalmente mi mandano a chiamare, entro: obiettavano tutti! Un solo medico faceva aborti... stanco morto... tutti gli altri obiettavano. Obiettavano le infermiere, quelli delle analisi, il cuoco... che obiettore il cuoco! Roba che se non ci fossero state quelle ragazze che occupavano il reparto, saremmo morte di fame. Poi è arrivata la polizia, ha caricato le ragazze, le ha sbattute fuori. Io mi sono spaventata e mi sono detta: “Con questa Legge, va a finire che mio figlio mi nasce di ventiquattro anni... col militare già fatto, belle che disoccupato, pronto per emigrare in Germania! Vado a farlo clandestino...” (Cambia tono) Un milione! Adesso capisco perché obiettano i ginecologi... chiamali fessi! Un milione ad ogni obiezione e diventano miliardari sulla nostra pelle! Altro che cucchiai d’oro! (Si alza decisa) No, signora, non lo faccio... No, non è per i soldi, me li potrei far prestare... È che non accetto il ricatto... c’è una Legge, rispettatela! (Cambia tono. Riflessiva)... E poi, prima o poi, un figlio bisogna farlo... già che ci sono... me lo tengo... (Ha finalmente deciso) Mi realizzo... Sì, mi realizzo! (Esaltandosi, a squarciagola) Mi realizzo!!! (Sale, spalle al pubblico, sul praticabile. Felice grida) Maternità! Maternità!! Maternitàaa!! Terzo mese, quarto mese, quinto mese. (Si volta verso il pubblico) Il seno cresce, il ventre cresce... Via con gli esercizi ginnici preparatori a una buona gestazione! Uno, due, tre, quattro! Flessione: uno, due, tre, quattro! (Esegue) Respiro del cane (c.s.) aha, aha, ahah... Distendersi: uno, due, tre, quattro. Respiro del cane (c.s.) aha aha aha... più forte... (Respira più velocemente) Mi gira la testa... Svenimenti..(Si lascia andare come svenuta per qualche secondo) Oh, nausea... Ooh, si muove! (Scivola a sedere faccia al pubblico) La creatura si muove! Come un frullio d’ali! (Come in estasi) Che cosa dolce, dolce... (Cambia tono) Dolce! Gelato... gelato... che voglia di gelato, alla panna con spaghetti, acciughe, melone e salame!! (Tono professionale come fosse una levatrice che parla a lei) Grido acuto con l’addome: (esegue) aaah. Pìù fondo: (c.s.) aah (Incalzante) Più fondo... (Si blocca di colpo. Lentamente si distende al centro del praticabile, testa al pubblico) Ci sono, ci sono... Sì, signora, mi stendo... Sì signora sono calma... Sì signora, respiro del cane... ah, ah... Sì, spingo... o dio come sto male, sto male. Ahia... ahi! (Urla di dolore) Non ce la faccio più... fate qualche cosa... Ahia... Ahi... Dov’è lui? Dov’è lui?... Fuori?... Cosa fa?... (Cambia tono) Fuma nervoso! (Si mette a sedere roteando verso il pubblico) Poverino!! È nervoso!... È teso!! Non poteva essere più teso prima, quando mi ha messo incinta?! (Si rivolge direttamente alle donne presenti in platea) Io non so voi, ma a me, ’sto fatto dell’incintamento della donna SEMPRE e del maschio MAI, non mi va giù! Contesto! Ce l’ho fisso nel cervello... me lo sogno perfino alla notte. Mi sono sognata che il mio lui aveva i seni! Belli! Grossi! Rotondi!! Io volevo toccaccionarglieli un po’ e lui: “Non toccare i miei senini! La mia mamma non vuole!” Chissà cosa credeva d’avere lì! E mi ha spiegato che lui è un femino, un uomo femino, che è una razza speciale di uomini... che, se hanno un rapporto sessuale con una femmina e non hanno preso l’anticoncezionale, restano incinti! (Si gira verso destra come se seduto al suo fianco ci fosse il fidanzato. Mima di toccargli il seno) Pot, pot! Come sei bello... dài, stenditi... (Si stende come se l’uomo fosse sotto di lei) Su, spogliati che ti devo parlare... Che c’è?... Ti sento nervoso... teso... Non hai preso la pillola?... Non importa! Ti amo lo stesso! Non fa nulla se non hai preso la pillola... se resti incinto c’è la 194 che ti protegge... Se no, te lo faccio fare clandestino, anestesia totale, pago tutto io... se invece vuoi farlo il tuo bambino, ti sposo... (Incalzante) Dài, facciamo l’amore, facciamo l’amore, non fa nulla se resti incinto: l’uomo si realizza solo se diventa MADRE! (Grida) Madre! Madreee! (Dalla posizione precedente si ribalta mettendosi supina) È nato! E nato !! (Si mette a sedere guardando verso centro platea. Piena di speranza) È un maschio?... (Tesa delusione) No?... (Allibita) Cos’è?!! (Accompagna con gesti mimici quello che dice. In questo momento è la levatrice) Sculacciamento del neonato: stciac stciac! Vagito! Ueé ué! Taglio del cordone ombelicale: stciac! Nodo! Immersione nel catino di acqua bollente: stciac... Fredda: stciaff stciaff! Pesare: quattro chili scarsi! (Torna ad essere la madre, la bambina ora è sulle sue ginocchia) Bella la mia bambina!... Allattare. Iniezione! Vaccino. Altra iniezione. Clisteri. Flocc! Quanta bella cacca! Vomito. Allattare (mima di succhiare) ciop ciop. Ricostituente. Omogeneizzati. Vitamine. Cici, cici, cara. Bella, ridi, ridi. No, non piangere. Fai il ruttino. To’ i giocarelli... oh che belli, ci, cin, cin, trin, cin, cin! No, non buttare per terra. To’, la pappa. No, non sputare. No, cucchiaio per terra! Aahm, la pappona. Non vomitare. Cattiva! Cresci, cresci, bella bambina della mamma! Mettiti qui (mima di farla sedere alla sua destra) che ti racconto una bella storia... (Per tutta la durata della storia, si sposta, e cambia voce a seconda del personaggio che interpreta) Dunque, c’era una volta una bambina tanto carina che aveva una bella bambolina. Anzi, la bambola non era bella, era tutta sporca, spellacchiata e fatta di stracci, e diceva delle parolacce tremende che la bambina imparava e ripeteva. “Ma chi ti ha insegnato ’ste brutte parolacce?” le chiedeva la mamma. “La mia bambolina”, rispondeva la bambina. “Sei una bugiarda! Sono i maschiacci che te le insegnano”. “No, è la mia bambolina... Avanti, bambolina, di’ qualche parolaccia alla mamma!” E la bambolina, che obbediva a tutto quello che chiedeva la bambina, perché lei le voleva bene, giù a dire una gran sfilza di parolacce tremende: “Porca puttana! Stronzo! Mi piaci un casino! Culo! (Scandendo come uno slogan) Cu lo, cu lo, cu lo!!” Ouhuu!! La mamma, tutta rossa di rabbia, strappa la bambolina dalle mani della bambina, spalanca la finestra e... trach, la scaraventa giù nel prato su un mucchio di immondizie. “Mamma cattiva, mamma cattiva...” dice la bambina, corre nel prato, ma in quel preciso momento passa un gattaccio rosso, che afferra la bambolina tra i denti e se la porta via nel bosco. È notte... È buio... La bambina è piccola... ha paura... “Mamma, mamma...” A un certo punto, lontano lontano, vede un lumino piccolo... Va verso questo lumino piccolo... Cos’era? Un nanetto piccolo, che stava in cima a un fungo grosso, e faceva la pipì fosforescente! “Nano, nanetto, hai visto un gattaccio rosso con in bocca una bambolina di pezza che dice parolacce?” “Eccolo lì”, fa il nano con fuori il pipì, e trach, fa un gran getto di pipì addosso al gattaccio rosso che casca per terra morto stecchito i Che si sa, la pipì dei nani è un veleno tremendo per i gatti! “Grazie, grazie!” si mette a gridare la bambina. La bambolina tutta inzuppata di pipì: “Chi è quello stronzo faccia di merda che mi ha ammazzato il mio gattaccio rosso... che io ci volevo così bene, che mi picchiava, mi faceva un sedere così, mi metteva sotto, mi faceva lavorare, mi faceva le brutte cose ma a me piaceva lo stesso! Mi faceva fare la serva, io piangevo, ci stavo male, ma mi piaceva ancora di più, perché dopo tutto mi faceva sentire una femmina e anch’io avevo il mio MASCHIO! E adesso senza il mio gattaccio come faccio?... brutto stronzo... faccia di merda... culo! Nano culo! Na no culo nano culo!! Il nanetto: “Oh, come mi piace ’sta bambolina che dice le parolacce, quasi quasi me la sposo!” “No, me la sposo io!” Si sente una voce terribile nel buio del bosco, non più rischiarato dalla pipì fosforescente del nano... Chi era? Oh, che paura!! Un lupo, tremendo, con dei dentacci lunghi così! “Me la sposo io!” “Non lo voglio, – dice la bambolina, – non lo voglio, quel rottoinculo di quel lupo lì”. “Non sono un rottoinculo! Sono un ingegnere elettronico, che una strega cattiva ha tramutato in un lupo... tant’è vero che ho il lampograf nel taschino... Ma se questa bambina vergine mi dà un bacio sulla fronte, salta fuori un giovane professionista, bella presenza, settentrionale, a scopo affettuosa amicizia offresi!” La bambina bacia il lupone e... trach!, salta fuori un elettronico di bellezza disumana!... Che dalla gran contentezza fa un gran peto dal sedere sulla faccia del nano che casca in terra stecchito! Che si sa, i peti degli ingegneri elettronici sono velenosissimi per i nani. Come lo vede la bambina s’innamora pazzamente: “Oh, com’è bello, com’è bello!” E l’ingegnere, siccome era passato un sacco di tempo e la bambina era cresciuta... le erano spuntate quelle cose rotonde che le donne hanno davanti... e anche di dietro... che gli ingegneri elettronici vanno pazzi per quelle cose lì rotonde... è proprio una scelta di facoltà la loro... “Ci ho ripensato, – dice, – non sposo più la bambola, ma sposo la bambina coi seni pimpanti e il culetto tondo!” Detto fatto, si sposarono e vissero eternamente... eternamente felici! Il giorno dopo... la bambolina: “Assemblea, assemblea! Cari sposini di merda! Basta, eternamente felici! Io qui mi rompo i coglioni a vedervi il giorno che fate un sacco di smorbierie e cicip e ciciap, e a me mi emarginate. E che poi lui se ne va a fare l’elettronico, e tu sposina culetto tondo stai lì a smoccolare fino a sera che lui torna... ti sbatte sul letto e cicip e ciciap! E anche alla mattina mette la sveglia due ore prima e cicip e ciciap... e anche dopo mangiato, che fa male alla salute... cicip e ciciap”. “Ma io sono tanto felice, – dice la bambina donnina che adesso aveva già la pancina gonfiettina, – sono tanto innamorata!” “Non dire stronzate, – ha risposto la bambola di pezza, – non cacciare balle... “sono felice”, ma se non ho mai visto una cogliona più triste di te! Cogliona com’ero io quando stavo col gattaccio rosso... ma con quello bene o male, se volevi, potevi farla anche fuori politicamente, ma con questo elettronico cosa fai fuori che cosa?” “Senti, bambola di pezza schifosa, – ha gridato l’ingegnere bella presenza a scopo affettuosa amicizia offresi, – o la pianti di montarmi contro la moglie o ti sbatto nel cesso!” La bambolina volgare: “Vai tu al cesso, caro ingegnere... Vai a cagare!” A un elettronico! “E va bene, ci vado... ma ti porterò con me, e ti adopererò per pulirmi il sedere!” Detto fatto, l’ingegnere elettronico prende su la bambolina di pezza e va al gabinetto e si chiude dentro. “No, no, ti prego, non farlo marito mio, non fare una cosa così alla mia bambolina... apri!” “No, non apro! Sono qui con giù i calzoni e adesso mi pulirò il sedere!!” In quel momento si sente un urlo terribile dell’ingegnere: “Ahaaaaa!” Un urlo elettronico!! Cosa era successo? Che la bambolina mentre lui si puliva il sedere... TRACHETE!, si è infilata dentro... con la sua testolina... che le uscivano solo i piedini. “Aiutami, moglie mia, è successa una disgrazia! La bambolina dispettosa mi si è infilata nel sedere... tiramela fuori!” “Tiro, tiro, ma non viene...” “Tira più forte!” “Non viene...” “Ahiuoiu, che dolore! Mi pare di morire... mi pare di partorire! Aiuto!... Moglie, chiama subito la levatrice!” La moglie ubbidisce, va a chiamare la levatrice. Come apre la porta di casa... le vie del Signore come tutti sanno sono infinite... passa proprio di lì una levatrice... con sul grembiule scritto LEVATRICE... all’incontrario, come AUTOAMBULANZA. “Oh, signora levatrice, è il cielo che la manda! Si accomodi... ho una disgrazia in famiglia...” Quando la levatrice si trova davanti al sederotto dell’elettronico, con le gambine che escono fuori, con su le scarpette... dice: “Che previdenti!, ci avete già messo le scarpette! È suo marito?” “Sì...” “Parto difficile! Nasce di piedi!” E poi scoppia a ridere, ma a ridere!... E come tutte le donne... (al pubblico) anche a voi... sapete cosa succede quando ci prende il fou rire... (Grida) “La pipì! Mi scappa la pipì... Son levatrice sì, ma son fatata... e ne faccio tanta... aiuto!... Non voglio far disastri... allagamenti... Non voglio morti, non voglio morti! Datemi un secchio!” Le dànno un secchio, fa tutta la sua pipì, dignitosamente... guardando l’infinito... come fanno gli uomini quando fanno pipì all’aperto... Quando ha finito, dice: “È fatata, dàlla da bere a tuo marito, lo farà andare di corpo”. L’ingegnere: “Siamo cretini in questa casa che adesso bevo la pipì di quella levatrice lì... che non la conosco neanche!” “Te la presento...” “No! Non voglio conoscerla!” “Ma amore, devi andare di corpo!” “Ah sì, è vero. Mettici un po’ di vermouth, angostura, marsala, due gocce di limone... (Mima di bere dal secchio) Buona, guarda cosa ti dico: è buona! Volete favorire?” “No, no, bevi pure tu...” E lui beve, beve... e la pancia si gonfia, si gonfia... e beve... e si gonfia... E: pam!... Scoppia! E dell’ingegnere non c’è rimasto neanche un pezzo di pelle piccola così, neanche la penna lampograf che lui ci teneva tanto! La bambolina invece è lì, tutta intera, che ride come una matta. “Hai visto, – dice alla sua amica bambina cresciuta, – stronza di una cogliona! Ti ho liberato dall’ingegnere! Adesso sei padrona del tuo corpo, delle tue scelte, di te stessa, sei LIBERAAA! Andiamo?” La bambina cresciuta prende la sua bambolina e se la stringe forte forte al petto e piano piano... la bambolina sparisce dentro al suo cuore. Ora, la bambina cresciuta è sola, su una strada lunga lunga... Cammina, cammina, arriva sotto un grande albero. Sotto ’sto albero ci sono tante bambine cresciute come lei, che le fanno una gran festa: “Siediti qui, con noi. Stiamo raccontandoci ognuna la propria storia. Comincia tu...” dicono a una biondina che c’era lì. E la biondina comincia: “Io quando ero piccola avevo una bambolina di pezza che diceva delle parolacce tremende”. “Anch’io!” “Anch’io!” “Anch’io” – scoppiano a ridere tutte le ragazze in coro. E una fa: “Chi l’avrebbe mai detto: abbiamo tutte la stessa storia... tutte: la stessa storia da raccontare”. Buio. Stacco musicale."

lunedì 16 novembre 2009

"Qui finisce l'avventura del signor Bonaventura..."

venerdì 13 novembre 2009

Ritrovato il Pasolini degli "Scritti corsari", difficile da capire perchè le sue diagnosi erano spesso più estese, nell'argomentazione e nell'esposizione, dell'illustrazione dei rimedi. Così, solo sfogliando e risfogliando, scopri che l'uomo civile ed evoluto sa che esiste la possibilità di prevenire l'aborto attraverso la conoscenza e l'uso dei metodi contraccettivi, che il mondo contadino ha la possibilità di evolversi se non gli viene offerto soltanto lo sviluppo o soltanto il progresso ma la possibilità di sviluppo e di progresso, che il mondo non è condannato a perpetuarsi così come è ma può cambiare e che questa era la speranza che animava Pasolini nel suo rivolgersi al lettore. D'altra parte Pasolini si proponeva come una singolare combinazione di uomo, artista e intellettuale e univa, nei suoi scritti, queste tre componenti che , talvolta, sembravano entrare in frizione tra loro, specie quando prevaleva l'una o l'altra. Andava ascoltato con pazienza e attenzione e non stritolato. Ma abbiamo avuto sempre fretta, la vita gira, il mondo gira...

mercoledì 11 novembre 2009

Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.
Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.
La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla “Realpolitik” e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso.
Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto.
Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza , nella sua sanità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo.
Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto?
Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo “referendum” molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe molto meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito dalle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.
Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore. Insomma, la falsa liberazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: risultato di una libertà sessuale dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza.
Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). È vero; a parole il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludere che, prima o poi, alla televisione se ne parli pubblicamente. Del resto le “élites” sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni , antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato la sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. È questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.
Ora, tutti, dai Radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito.
Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli ) senza veder gli stessi segni anche nel suo immediato precedente, anzi, “nella sua causa”, cioè nel coito.
Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito è un obbligo sociale) mentre il contesto politico del matrimonio di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio, era scandalo). Ecco dunque un primo errore di “Realpolitik”, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buonafede, su questo sarebbe folle discutere).(…)

(Da Pier Paolo Pasolini Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti in “Scritti Corsari” Garzanti 1975 - Articolo apparso sul Corriere della sera del 19 gennaio 1975, con il titolo “Sono contro l’aborto”)
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lunedì 9 novembre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

" Dietro alla scrittura ci sono moltissime motivazioni: l'odio, la rabbia, i complessi, l'ideologia, la necessità di liberarsi di qualcosa di traumatico e anche quella di dare quanto di meglio c'è in noi. È questo quello che intendo quando parlo di una lunga lettera d'amore. E quando parlo di quanto di meglio c'è in noi, non mi riferisco a qualcosa di sentimentale, e neppure al desiderio di abbellire se stessi, bensì ai momenti nei quali si raggiunge il massimo dell'umano che c'è in noi."

Aharon Appelfeld

martedì 20 ottobre 2009

"I veri futuri 'ribelli' letterari in questo paese potrebbero benissimo emergere come uno strano gruppo di antiribelli, guardoni nati che osano in qualche modo rifiutare il ruolo di spettatori ironici , e che abbiano l'infantile faccia tosta di essere sostenitori e rappresentanti di una serie di principi privi di doppi sensi. Che semplicemente si occupino dei problemi e delle emozioni poco trendy della vita quotidiana americana con rispetto e con convinzione. Che rifuggano dall'artificiosità, da quella forma di stanchezza annoiata che fa tanto 'in'. Questi antiribelli sarebbero fuorimoda, sarebbero sorpassati, chiaramente ancor prima dell'inizio. Morti in partenza. Troppo sinceri. Palesemente repressi. Retrogradi, antiquati, ingenui, anacronistici. Forse sarà proprio quello il punto. Forse è proprio questa la ragione per cui saranno i veri ribelli del futuro. Perchè i veri ribelli , per quanto ne so, sono pronti alla disaprovvazione. I vecchi rivoltosi postmoderni rischiavano 'Ooh' scandalizzati e gridolini di orrore: shock, disgusto, indignazione, censura, accuse di comunismo, anarchismo, nichilismo. Oggi i rischi sono diversi. I nuovi ribelli potrebbero essere artisti pronti a rischiare lo sbadiglio, gli occhi al cielo, il sorriso di sufficienza, le strizzatine d'occhio, la parodia dei fini umoristi, i 'Dio mio quant'è banale'. A rischiare di essere accusati di sentimentalismo, di melodrammaticità. Di eccessiva sprovvedutezza. Di debolezza. Di essere ben disposti a farsi fregare da un mondo di spioni e guardoni che temono lo sguardo e il ridicolo altrui più di una condanna ai lavori forzati. Chissà. Oggi gli scrittori giovani più impegnati sembrano davvero arrivati a una specie di ultimo estremo capolinea. Immagino che ciò significhi che dobbiamo trarre tutti le nostre conclusioni. Che siamo costretti a farlo. Non fate i salti di gioia?".
David Foster Wallace,E unibus pluram:gli scrittori americani e la televisione (1990)

martedì 15 settembre 2009

"La completa capacità di amare, di godere, di lavorare": questa "dovrebbe" essere la formula che definisce la "salute" di una persona. Esistono persone al mondo che realizzano, almeno per periodi abbastanza lunghi della vita, questa completezza? Credo di sì e non penso che si tratti di fortuna o di capacità di accontentarsi. E' qualche altra cosa. Forse è spirito critico, è una forma di intelligenza che non ha molto a che fare con l'intelligenza astratta ( se così fosse coinciderebbe con il cinismo e non ci sarebbe amore). Non l'indifferenza, non la cecità, non l'ignoranza. Ci chiedevamo se è preferibile vedere e soffrire che non vedere e non soffrire: ma chi vorrebbe soffrire se gli fosse concesso di non soffrire? La sofferenza di un bambino è quasi sempre pura, come quella dell'adulto che ritorna bambino , indifeso, stupito. Le parole sono preziose quando sono sincere, se non sono sincere le parole sono inutili, sono come la perversione di un dono, come una risorsa sciupata. Di quali cose si potrebbe parlare? Di qualsiasi cosa purchè se ne parli con onestà: onestà è una splendida parola, senza onestà non si può vivere. Onestà sembra una parola moralistica ma non lo è, è una parola morale.
Per esempio:" Quanto di più bello c'è nella vita consiste nel dare espressione alle proprie forze, e non già con uno scopo ma per amore dell'atto in sè. Già, neppure l'amore ha scopo, al contrario di quanto dicono molti, secondo i quali scopo dell'amore è di condurre alla soddisfazione sessuale o al matrimonio, fare figli e costruirsi una vita borghesemente normale. Ma è proprio per questo che l'amore anche oggi è tanto raro- l'amore senza scopo, voglio dire quello in cui tutto ciò che importa è l'atto dell'amore in sè, dove dunque a svolgere il ruolo decisivo è l'essere, non già il consumare : l'autoespressione dell'individuo, la manifestazione delle sue facoltà. Ma un amore così intenso mal si concilia con una cultura come la nostra, volta esclusivamente a obiettivi esteriori, al successo, alla produzione e al consumo: a tal punto , anzi, che non ci si rende più conto che è possibile. Anche la conversazione, o è una merce, oppure si conversa per accapigliarsi...Ma un vero dialogo non è nè una conversazione nè un duello: è uno scambio. E non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto, e non importa neppure che quello che vien detto sia di straordinaria importanza. Importa che sia autentico. Facciamo un piccolo esempio: due persone, due colleghi, se ne vanno a casa ; supponiamo che siano due miei colleghi psicoanalisti, e uno dice all'altro:'Sono piuttosto stanco'. Risponde l'altro:' Anch'io'. Può sembrare molto banale, ma non lo è: i due si sono dedicati alla stessa attività, e ognuno quindi sa quanto stanco sia l'altro, sicchè la loro è un'autentica comunicazione umana:' Siamo tutti e due stanchi, e ciascuno di noi due sa quanto lo siamo'. E' ben più di un dialogo tra due intellettuali che attacchino a discutere con grandi paroloni delle ultime teorie, e in realtà fanno semplici monologhi, senza nessun vero contatto". Erich Fromm, L' amore per la vita.

giovedì 9 luglio 2009

"Alessia ha tredici mesi. E' tonda, soda, colorita, provvista di due gambe corte e solidissime; ha gli occhi azzurri vivaci e mobilissimi ed è quasi pelata. Frequenta un nido da quando aveva pochi mesi e arriva ogni mattina felice, strappandosi di dosso il cappotto per la frenetica voglia di entrare. E' traboccante di energie e di vitalità, di umore semore allegro, ridanciano , attiva, curiosissima, rumorosa, vivacissima. Ha imparato a camminare a dieci mesi, ora procede a gran velocità e cade spesso, anche con esiti rovinosi dei quali però non si lamenta mai...quale mai massiccia operazione repressiva sarà necessaria perchè da un simile individuo straripante di vitalità, traboccante di entusiasmo e di amore per la vita, esca fuori una donnetta disposta a stare rinchiusa tra le pareti della sua opprimente casetta, intanta ad applicare le sue energie strabocchevoli a misere ossessive faccende domestiche? Ammesso che ce lo si proponga, quanta tenacia, quanti sforzi, quanta perseveranza e quanta ostilità saranno necessari per ridurre un essere così ricco nel rigido busto che ha le fattezze della femminilità? ".

Elena Gianini Belotti,Dalla parte delle bambine

mercoledì 24 giugno 2009

Forse la peggiore offesa che possiamo fare a qualcuno, è l'offesa che facciamo all'adolescente che siamo stati. Quando c'era un po' di ingenuità, strappata al realismo punitivo e mortificante degli adulti. I quali, poverini, avevano i loro problemi e poi erano stati adolescenti anche loro, quindi ,adesso che adulti siamo anche noi, non possiamo nemmeno appellarci, un po' rabbiosi, a quella nostra innocenza. Che era curiosità, anche ignoranza ( ma dall'ignoranza e dalla voglia di sapere parte la curiosità ) ma non erano tanto contenti, i grandi, che noi volessimo conoscere: eppure ci mandavano a scuola. Perchè mai? Perchè non volevano che conoscessimo e perchè ci mandavano a scuola? Com'è, d'altra parte, che non riusciamo più ad arrabbiarci, che ci vergognamo, che le nostre ribellioni ci sembrano stupide e senza senso? Ci dispiace, ci dispiace di quegli adolescenti che siamo stati e di quei grandi che non ci capivano. Ora siamo noi a non capire più, eppure fino a poco tempo fa ci sembrava di potere stendere una mano e potere stringere la mano di quelli che eravamo allora. Adesso non sappiamo più se siamo tutti uguali ( ma gli uomini sì, sono tutti uguali) o se siamo anche un po' diversi, se le letture, i film e le arti varie ci hanno deformato il cervello, se avevano sempre ragione loro ( i grandi) e noi fiutavamo qualcosa nell'aria e niente ci bastava: ma fiutavamo la vita, quella che ci stava intorno, quella che i grandi conoscevano e che ci negavano. Noi non volevamo aspettare e , nello stesso tempo, avevamo paura. Nel mio caso, c'era la voglia di vivere ( e chi non l'aveva?) , ce n'era anche troppa ma la curiosità non è stata soddisfatta: non ho imparato niente, niente che mi insegnasse a vivere bene. Con tanto rispetto per i credenti, l'unica cosa che so ( fino a quando?) è che non credo in Dio. Non per delusione o per disperazione . E' l'unica timida conquista dell'adolescenza rispetto al mondo dei grandi, la cui fede allora mi irritava, ora mi intenerisce. Perciò non può esserci rabbia. C'è, invece, la perdita dell'innocenza. Non c'è un Dio che ti guida, non c'è un Dio da seguire , a cui chiedere aiuto, a cui chiedere perdono, a cui chiedere "perchè mi hai abbandonato?".C'è, talvolta, la miseria umana , più avvilente di tante cose che mi facevano paura. Beati quelli che hanno coraggio, che hanno forza, beati anche quelli che sanno illudersi per tutta la vita, beati i cuori semplici, se esistono davvero,beati quelli che sanno scegliere, beati quelli che non hanno bisogno della psicanalisi, degli antidepressivi, quelli che non si inventano tormenti, beati quelli che non hanno dubbi, che ci sembrano cinici ma sanno semplicemente vivere e, forse, se dovessero correre per salvare qualcuno, lo farebbero e non perchè credono in Dio, non per questo, beati quelli che non hanno corazze, che camminano disarmati nel mondo, beati anche quelli che hanno dubbi e sanno scegliere una strada quando sono al bivio e sanno scegliere la strada giusta. Beati quelli che non scrivono ma vivono.

mercoledì 20 maggio 2009

"Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell'infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi,"riparare i guasti", riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l'unica che ci dia la possi bilità di abbandonare infine la prigione invisibile - e tuttavia così crudele - dell'infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa"

Alice Miller.

venerdì 15 maggio 2009

"Si può parlare, pensare, ascoltare..."

giovedì 30 aprile 2009

"A quelli nati dopo di noi" di Bertolt Brecht

Veramente, vivo in tempi bui!
La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato.
(Quando cessa la mia fortuna sono perso.)

Mi dicono: "Mangia e bevi! Accontentati perché hai!"
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l'odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l'uomo è amico dell'uomo
ricordate noi
con indulgenza.

mercoledì 25 marzo 2009


Sul "pappagallo". Tratto da Wikipedia

Così come le gazze ed i merli indiani, anche numerose specie di pappagalli sono famose per questa abilità sonora, che molto colpisce la curiosità umana. I più abili parlatori sono i pappagalli cenerini (Psittacus erithacus), ma anche le Ara (Ara macao) più grandi. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che questi uccelli riescono a riprodurre, con discreta facilità, numerose consonanti e vocali umane a causa dell'assonanza di queste con alcune loro "sillabe" utilizzate nei loro versi naturali. Tuttavia, in natura tendono a non imitare nessun verso a loro sconosciuto: l'imitazione "a pappagallo" sembra derivare, quindi, da un bisogno di attenzioni dovuto allo stato di cattività e dall'affetto che si instaura tra l'esemplare e l'allevatore o la figura umana percepita più vicina. Infatti, le vocalizzazioni si fanno più frequenti quando gli umani si allontanano o viceversa dimostrano attenzione: il pappagallo percepisce queste diverse situazioni ed emette suoni per attirare attenzioni, compagnia ed affetto. Nei primi anni 2000 grande rumore si creò intorno ad Alex (http://www.alexfoundation.org/), un esemplare di Cenerino che sembrava possedere, oltre ad un notevole vocabolario umano in lingua inglese, una buona comprensione alle domande poste.

martedì 24 marzo 2009

Ho letto che è morto suicida, ieri, il figlio di Sylvia Plath, Nicholas Hughes. Aveva 47 anni, era stato professore di oceanografia, da un po' si dedicava alla ceramica, viveva in Alaska. Non credo al destino, penso che siamo noi a costruire la nostra vita, con il concorso delle circostanze : scelte, occasioni colte al volo o perdute, ambizioni sbagliate, rinunce, conquiste, falsi ideali, miti, intelligenza, profondità di sentire, superficialità, conformismo, coraggio, paura, viltà, alibi, negazioni e così via. Mi ricordo, comunque, che quando leggevo del suicidio di Sylvia Plath, pensavo al gelo che la circondava. Non ricordo il mese ma certo era inverno, faceva un grande freddo, era sola con in suoi due bambini, Frieda e Nicholas. Pensavo a quel freddo, ai due bambini che dormivano nell'altra stanza, senza sapere niente di quello che succedeva e , del resto, non avrebbero nemmeno potuto capirlo allora. Pensavo al fatto che lei, in un certo modo, con certi gesti che aveva fatto, aveva cercato anche di metterli in salvo, per esempio lasciando la colazione pronta, mi sembra. Per loro la vita continuava, lei credeva che sarebbe continuata bene per loro. Penso proprio che li amasse. Non so se amasse anche altro della vita, credo di sì.Non si accontentava? Era stata oppressa dalla madre? E il padre? Era troppo ambiziosa ? Non riusciva a conciliare gli opposti, a smorzare gli estremi? Le sue poesie sono scritte in un un linguaggio difficile, sono piene di simboli, di parole dure, spesse, non c'è gioia in quelle poesie, non era una poetessa della gioia di vivere. Il figlio, che allora era piccolissimo, era intanto diventato un uomo: dicono pieno di entusiasmo e di innocenza. Ci guarda da una foto, ci guardano lui, la sorella e la madre.I bambini sorridono, anche lei sorride, con un sorriso timido. Avrebbe potuto essere una storia semplice, niente poesia (?), un'altra poesia, insomma un'altra storia. Nesuna notizia sui giornali o altre notizie:un premio, una festa, una conferenza o nemmeno questo. Lei però era, e lo era, una poetessa. Non avrebbe dovuto esserlo? Chi era Ted Hughes , suo marito? Infatti c'è anche il problema dei suoi rapporti con questo marito- poeta che la tradiva e magari anche questo avrà avuto la sua importanza, più grande di quanto possiamo immaginare.Vediamo le vite dal di fuori, facciamo ipotesi, supponiamo, poi siamo tutti uguali ma non lo siamo allo stesso modo.Ho letto una poesia di Frieda, in cui parla della madre che le viene rubata dagli sguardi che indagano su di lei, penetrando perfino nelle sue viscere per toglierle i segreti, gente che si fa domande su quella che per lei era sua madre. Perciò adesso altre domande su Sylvia Plath, sui suoi figli, su Nicholas, che era Nicholas.

venerdì 20 marzo 2009

“Morire è amaro e cocente, ma l’idea di dover morire senza essere vissuti è intollerabile”. Erich Fromm



giovedì 12 marzo 2009

"Assenza" di Wislawa Szymborska

C'è mancato poco
che mia madre sposasse
il signor Zbigniew B. di Zdun'ska Wola.
e se mai fosse nata una figlia-non sarei
stata io.
Forse una dotata di più memoria per volti e
nomi,
e melodie udite una volta soltanto.
infallibile nel riconoscere ogni uccello.
Con voti eccellenti in chimica e fisica,
e più scarsi in polacco,
ma che di nascosto avrebbe scritto poesie
subito molto più interessanti delle mie.

C'è mancato poco
che mio padre intanto sposasse Jadwiga R. di zakopane.
E se mai fosse nata una figlia- non sarei
stata io.
Forse una più ostinata nell'averla vinta.
Una che salterebbe senza paura nell'acqua
fonda.
Propensa a subire le emozioni della folla.
Vista di continuo in più luoghi
contemporaneamente,
ma di rado su un libro, molto spesso in
cortile
a giocare a pallone insieme ai ragazzini.

Forse si sarebbero perfino incontrate
nella stessa scuola e nella stessa classe.


Ma senza fare coppia,
nessuna parentela,
e nella foto di gruppo ben distanti.

Ragazzine, mettetevi qui
- avrebbe detto il fotografo-
quelle più basse davanti, quelle più alte
dietro.
E al mio segnale fate un bel sorriso.
Ma prima contatevi,
ci siete tutte?

- Sì, signore, tutte.

mercoledì 11 marzo 2009

W. Szymborska

Consolazione

Darwin.
Si dice che per rilassarsi leggesse romanzi.
Ma avesse le sue esigenze:
dovevano essere a lieto fine.
Se gliene capitava uno differente,
lo gettava con furia nel fuoco.

Vero o no che sia-
sono propensa a crederci.

Percorrendo con la mente tanti spazi e tempi
aveva visto così tante specie estinte,
tali trionfi dei forti sui più deboli,
così grandi sforzi di sopravvivenza,
prima o poi inani,
che almeno dalla finzione
e dalla sua microscala
aveva diritto di aspettarsi l'happy hand.


E quindi per forza: un raggio che sbuca
dalle nuvole,
gli amanti di nuovo insieme, i casati
riconciliati,
i dubbi dissipati, la fedeltà premiata,
i beni recuperati, i tesori dissotterati,
i vicini pentiti del loro accanimento,
la reputazione resa, la cupidigia smascherata,
le vecchie zitelle maritate con pastori
dabbene,
gli intriganti deportati nell'altro emisfero,
i falsari di documenti scaraventati dalle scale,
i seduttori di vergini di gran corsa all'altare,
gli orfani accolti in casa, le vedove consolate,
la boria umiliata, le ferite sanate,
il figliol prodigo invitato alla mensa,
il calice dell'amarezza vuotato in mare,
i fazzoletti intrisi di lacrime pacificate,
canto e musica per tutti,
e il cagnolino Fido,
smarrito già nel primo capitolo,
corra pure di nuovo per la casa
abbaiando gioioso.































,

martedì 10 marzo 2009


"Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché stai guardando il cielo, se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa."
Bob Marley

lunedì 9 marzo 2009

Wislawa Szymborska

L'orribile sogno del poeta

Immagina un po' cosa ho sognato.
All'apparenza tutto è proprio come da noi.
La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria,
verticale, orizzontale, triangolo, cerchio,
lato sinistro e destro.
Tempo passabile, paesaggi non male
e parecchie creature dotate di linguaggio.
Però quel linguaggio non è di questa Terra.

Nelle frasi domina l'incondizionale.
I nomi aderiscono strettamente alle cose.
Nulla da aggiungere, togliere, cambiare e
spostare.

Il tempo è sempre quello dell'orologio.
Passato e futuro hanno un ambito ristretto.
Per i ricordi, il singolo secondo trascorso,
per le previsioni, un altro secondo
che sta appunto cominciando.

Parole quante è necessario. Mai una di
troppo,
e questo vuol dire che non c'è poesia,
nè filosofia , e neppure religione.
Là simili trastulli non sono previsti.

Niente che si possa anche solo pensare
o vedere a occhi chiusi.

Se si cerca, è ciò che è già lì accanto.
Se si chiede, è ciò per cui c'è una risposta.


Si stupirebbero molto,
se mai sapessero stupirsi,
che da qualche parte esistono motivi di
stupore.


La parola "inquietudine", da loro
considerata oscena,
non oserebbe comparire nel vocabolario.


Il mondo si presenta in modo chiaro
anche nell'oscurità profonda.
si dà a ciascuno per un prezzo accessibile.
Nessuno esige il resto prima di lasciare la
cassa.

Dei sentimenti - la soddisfazione. E nessuna
parentesi.
La vita con un punto al piede. E il rombo delle galassie.


Ammetti che nulla di peggio
può capitare al poeta.
E poi nulla di meglio
che svegliarsi in fretta.

venerdì 6 marzo 2009


Come non disperdersi nel mondo e, nello stesso tempo, non essere fuori dal mondo? Friedrich, Donna alla finestra

giovedì 5 marzo 2009

" Penso che dentro ciascuno di noi, in prossimità di quella frontiera che è la vita adulta, avvenga un distacco, una separazione. L’adolescente che siamo stati, più che trasformarsi, rimane lì, come una specie di Dorian Gray. E, al di là di quella linea d’ombra, continua a guardare (a volte con tenerezza, a volte con ironia, a volte con profonda disperazione) la persona che nel frattempo siamo diventati»."
Carlo D'Amicis
IL SUONATORE JONES

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuor,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.

E poi la gente lo sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto. Fabrizio De Andrè

mercoledì 4 marzo 2009


La chiocciola o lumaca: alcuni osservano le lumache, altri le mangiano.C'è un poco di confusione tra le varie specie. Non so quali siano commestibili e quali no. Quella della foto è una chiocciola che ho osservato, quando, dopo giornate di pioggia, se ne raccoglievano tante. Se ne prendi una in mano, si mette a camminare, meglio, a strisciare sul palmo della mano; se la sfiori, si ritira nella conchiglia. Se non fai attenzione, è facile che, camminando, la schiacci. Un mio amico diceva:"Puo' venirmi l'impulso di uscire per strada e ammazzare qualcuno ma non per questo lo faccio". Ma può venire l'impulso di cuocere una lumaca e di mangiarla: che problema c'è?. Ci sono impulsi compatibili con la civilizzazione, altri molto meno, altri no. A cosa conviene educare un bambino? E una bambina? Ci sono differenze? Ci sono priorità?

lunedì 2 marzo 2009

Inoltre ricordare che tutto quello che non viene coltivato finirà per inaridire. Quando un vento impetuoso spazza via tutto, bisognerebbe tenere strette le cose che abbiamo amato, perchè quello che è andato non torna più. Ci sono cose, e non sono solo cose, cui eravamo noi a dare vita : è una notte così.
Quante cose belle ci sono nella vita ( anche brutte, s'intende) e come è facile lasciarsele sfuggire. Possono essere semplici, banali, complesse: benchè formalmente comuni, portano la nostra impronta, l'impronta della nostra percezione. Persa quell'impronta, noi non le riconosciamo più. Possiamo sentirne parlare, possiamo vederle rappresentate ma ci sfuggono. Ci sfugge un granello di sabbia, un abbaiare di cani, il profumo della buccia di un mandarino, lo spessore di un certo tipo di carta,l'odore della terra bagnata dalla pioggia, lo sfrecciare delle rondini, le voci dei bambini che giocano nella strada, certe risate, di notte ,davanti a una pizzeria, certi voli di uccelli da un ramo all'altro, il rumore delle foglie secche sotto i piedi, il rumore del mare, certi temporali e altro ancora.Non è solo questo e, naturalmente, non può essere solo questo ma perderlo o lasciarselo togliere, non so dove possa portare. Sono, probabilmente, illusioni ma fanno parte della vita di tutti. Se il peso della vita le dissolve, ne sentiremo la mancanza e ci saranno meno sfumature. Non auguriamo a nessuno di farne a meno.

giovedì 26 febbraio 2009

mercoledì 25 febbraio 2009


La capacità di provare ancora stupore è essenziale nel processo della creatività.
Donald W. Winnicott (psicoanalista)

Dalle Vignette di ArcoirisTV

martedì 24 febbraio 2009


Dopo la visione di un ottimo film, che fa molto riflettere sui temi del sogno e della realtà, del conformismo e della voglia di vivere ( quando si perde), "Revolutionary Road", tratto dall'omonimo libro dello scrittore americano Richard Yates, mi sento di lasciare la parola a Mereghetti ( il critico), con cui mi trovo d'accordo e che dice qualcosa meglio di me, soprattutto nella parte finale della sua recensione , che trascrivo:"Per lasciare nello spettatore la sensazione di aver visto non solo la storia di un matrimonio che naufraga, ma la vicenda senza tempo di un uomo e di una donna che non hanno la forza di fare, insieme e ciascuno per conto proprio, quella rivoluzione a cui allude il titolo del film e che è la scommessa di ogni essere umano: trasformare i sogni in realtà. Che non vuol dire semplicemente lasciare la asfittica provincia americana degli anni Cinquanta per Parigi, ma al contrario smettere di sognare gratis e sporcarsi le mani con la realtà. Per trasformare anche il viale di una linda villetta nei sobborghi di New York in una vera Revolutionary Road: imperfetta, ma diversa da ogni altra."
Da Il Corriere della Sera, 30 gennaio 2009

mercoledì 18 febbraio 2009


"Il sol dell'avvenire" è un film documentario di Gianfranco Pannone: un gruppo di amici rievoca un'esperienza vissuta tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta, a Reggio Emilia, quando si formo' in un appartamento ( perciò si parla dei "ragazzi dell'Appartamento") una specie di comune, in cui si raccoglievano giovani delusi dal Partito Comunista, soprattutto da quello che vivevano come il tradimento dell'ideale rivoluzionario, che aveva alimentato una delle anime della Resistenza, quella insurrezionale. Alcuni di quei ragazzi, di lì a poco, entrarono a far parte delle brigate rosse, altri preferirono la militanza nel Partito Comunista. Insomma seguirono percorsi diversi, anche molto lontani, pur partendo da questo sfondo comune di delusione e di tensioni irrisolte, che aveva caratterizzato l'atmosfera sociale e politica post-resistenziale soprattutto in quell'area geografica.Nel documentario si ritovano a visitare i luoghi in cui avevano elaborato i loro progetti politici due ex brigatisti, un sindacalista, un militante del Partito Democratico: ognuno ricorda le proprie posizioni del passato, esprime ripensamenti, autocritiche, in modo più o meno profondo, come consente , credo, il grado più o meno avanzato di coscienza. Si tratta di vicende complesse, di episodi dolorosi da ricordare, di posizioni estreme, che non si possono rimuovere nè personalmente nè come parte di una collettività. Accanto ai quattro ,ma in posizione autonoma,compare Adelmo Cervi, figlio di uno dei fratelli Cervi, che si avvicinò all'esperienza dell'Appartamento, continuando però la sua militanza nel PCI. Altre interviste completano il quadro e contribuiscono a conoscere meglio lo scenario complicato e con radici storiche anche lontane nel tempo da cui è nato il terrorismo italiano.Questo è probabilmente il pregio maggiore del documentario, cioè un valore di ricostruzione e di testimonianza da non liquidare ( come ho letto da qualche parte, dopo la visione del film) con l'accusa di superficialità.Ci vuole coraggio per raccontare quegli anni e molti non l'hanno avuto, rifiutando di farsi intervistare. E' difficile dire se per pudore, per rispetto delle vittime del terrorismo o per altro ancora. Certo che quei giovani che si riunivano in quell'appartamento hanno percorso strade diverse e quelli che hanno scelto la strada della lotta armata hanno il diritto e il dovere di rendere nota la loro storia.

martedì 17 febbraio 2009


Un bel film di Ron Howard sulle interviste del giornalista televisivo David Frost all'ex-presidente degli Stati Uniti Richard Nixon: un corpo a corpo verbale, combattuto "senza esclusione di colpi" , tra due personalità che non accettano di essere perdenti.L'ultima intervista sarà decisiva, perchè alla fine, si sa, solo uno dei due pugili può andare al tappeto: così Nixon sarà costretto a congedarsi dal pubblico e dal popolo americano con l'ammissione dei suoi "errori", anzi del suo coinvolgimento consapevole e deliberato nella vicende di spionaggio ai danni degli oppositori del governo.La televisione e il caso Watergate :il brillante e vanitoso conduttore di programmi televisivi disimpegnati tentenna, barcolla , sbaglia domande ma riesce ad inchiodare il cinico Nixon, giocando il suo stesso gioco, "senza esclusione di colpi", come lo stesso ex-presidente gli aveva proposto. Tutti e due hanno momenti di debolezza ( di "umanità"), quando si sentono o credono di essere battuti, tutti e due si rialzano e tentano di parare i colpi e di assestarli, tutti e due, però, propongono discutibili immagini di sè: il giornalista, con il suo sorriso a denti spiegati, gli abiti alla moda, l'obiettivo di una sempre maggiore visibilità,la sostanziale indifferenza verso il valore politico e sociale della sua stessa battaglia mediatica, l'ex-presidente con il suo atteggiamento falsamente condiscendente ( quando si sente ancora sicuro) che diventa pungente e sarcastico ( quando deve colpire l'avversario), con la sua avidità di guadagno ( accetta di essere intervistato purchè le interviste gli vengano pagate ad un prezzo molto alto), con la sua concezione della politica come impunità, affermazione strettamente personale, mezzo per emergere a tutti i costi ( se necessario mentendo, se necessario ricorrendo all'illegalità, se necessario tradendo la fiducia dei cittadini). E' un film in cui contano molto i dialoghi e i primi piani: molto bravi sia Langella ( Nixon) che Sheen ( Frost).

mercoledì 11 febbraio 2009


Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.
Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano.
Sotto l'ascia dell'assassino
si chiedono se anch'egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.
La loro attività consiste nell'oscillare.
Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

da "Lode del dubbio" di Bertolt Brecht


lunedì 19 gennaio 2009

AD ALCUNI PIACE LA POESIA


AD ALCUNI PIACE LA POESIA
AD ALCUNI CIOÈ NON A TUTTI.
E NEPPURE ALLA MAGGIORANZA MA ALLA MINORANZA.
SENZA CONTARE LE SCUOLE DOVE È UN OBBLIGO
E I POETI STESSI
CE NE SARANNO FORSE DUE SU MILLE.
PIACE
MI PIACE ANCHE LA PASTA IN BRODO,
PIACCIONO I COMPLIMENTI E IL COLORE AZZURRO
PIACE UNA VECCHIA SCIARPA
PIACE AVERLA VINTA
PIACE ACCAREZZARE UN CANE.
LA POESIA
MA COS'E' MAI LA POESIA?
PIU D'UNA RISPOSTA INCERTA
E' STATA GIA DATA IN PROPOSITO.
MA IO NON LO SO,
NON LO SO E MI AGGRAPPO A QUESTO
COME ALLA SALVEZZA DI UN CORRIMANO.

Szymborska